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Miércoles 10 de Julio de 2013 12:25

Nel Sud Sudan

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Il  primo impatto con Juba e Rejaf lascia senza parole, si percepisce soltanto il desiderio di restare e vivere con la popolazione così duramente provata. Nei 40 anni di guerra, sempre iniziata nel sud Rejaf, Juba e dintorni, solo distruzione e morte, impoverendo al massimo la nuova Nazione. Nulla è stato fatto per lo sviluppo nel nuovo Sudan.

Per la mancanza di acquedotti, quindi di acqua potabile, la stragrande maggioranza è costretta a bere l’acqua del Nilo Bianco, che nasce dall’Uganda, e dove viene gettato ogni  sorta di rifiuti che inquinano maggiormente l’acqua. Centinaia di cisterne ogni giorno attingano l’acqua dal Nilo per fornire tutta Juba e dintorni, versandola in contenitori e taniche apposite. Non ci sono le giare che filtrerebbero e renderebbero l’acqua bevibile. Esistono le scuole Primarie ma non ci sono insegnanti preparati a Rejaf.  In Parrocchia non si svolge alcuna attività pastorale.

Un primo passo da fare è quello di formare persone capaci di organizzare e avviare la nuova scuola per sconfiggere l’ignoranza dalla nuova società. Altro passaggio indispensabile è l’educazione sanitaria per un miglior servizio alla popolazione, soprattutto per le mamme e i bambini. Inoltre bisogna creare posti di lavoro, anche semplici, leggeri, per poter iniziare a crescere e arrivare così ad  essere autonomi. La gente non è stata educata e formata ad una vita lavorativa responsabilizzata.

Il Governo di allora (sino al 2011), unico in Sudan, ha insegnato sempre e solo a combattere, a fare la guerra per conquistare il Sud Sudan. Sappiamo tutti molto bene che la guerra insegna unicamente a distruggere e sterminare il nemico.

L’agricoltura rappresenterebbe un primo campo di lavoro, dove molti potrebbero essere impegnati, trovando di che per vivere. Il terreno è fertile e renderebbe molto se ben coltivato.

Dopo un periodo di tempo a Rejaf, abbiamo iniziato a riunire i bambini da 2-3 anni a 12-14, quanti non avevano possibilità di iscriversi alla scuola. Insegnavo loro a pregare, a fare il segno della Croce, e a recitare le semplici preghiere: Padre Nostro, Ave Maria, Gloria, che non conoscevano. I bimbi erano felici e quando mi vedevano seduta sotto l’albero, venivano di corsa e con gioia. Quando potevo davo loro una caramella e chiedevo loro di insegnarmi le stesse preghiere in lingua locale.Ogni mattina mi recavo al dispensario della Parrocchia per incontrare le mamme con i loro piccoli ammalati. Ancora oggi la malaria, a Rejaf, continua a mietere vittime soprattutto tra i bambini che sono i più vulnerabili. Visitavo e mi intrattenevo con i Seminaristi del corso di Filosofia. Le aule confinano con il dispensario, mi era così facile raggiungerli.

Termino questi brevi appunti con “Un Grande GRAZIE” a tutti per la solidarietà che dimostrate per la nuova missione. Vi assicuro il mio ricordo nella preghiera, contando sulla vostra per lo sviluppo di questo grande progetto.  Con affetto e riconoscenza grande. sr Piera Santinon, sdc

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