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Jueves 07 de Noviembre de 2013 16:01

Nel Sud Sudan: un tempo di "inizi"

 

Dal 19 ottobre al 1°di novembre, Sr Nunzia de Gori, Superiore generale della Congregazione e sr Mary, consigliera generale, hanno visitato le suore della Congregazione presente nel Sud Sudan: a Wadakona e a Juba-Rejaf. Sr Nunzia scrive :

A Wadakona

“E’ dallo Stato del Sud-Sudan, che vi sto raggiungendo; da questo grande villaggio, Wadakona - così lontano e pur così vicino, nel panorama geografico della nostra Congregazione - che sorge, sulla riva destra del Nilo sudanese, nella Provincia dell’Alto-Nilo, la quale costituisce, oggi, la linea di demarcazione-est tra i due Sudan.

Wadakona è raggiungibile solo via barca da Renk, una cittadina, che, prima del referendum 2011, era considerata un po’ come il punto di arrivo e di smistamento delle merci e delle persone, provenienti dal nord, da Khartoum, raggiungibile in 7-8 ore, via pulman o via camion.

Ebbene, con il referendum, che, di fatto, ha sancito la separazione tra il nord e il sud del Sudan e la conseguente nascita del nuovo Stato, il “South-Sudan”[1], si sono chiuse le frontiere. Renk e tutti i villaggi dei dintorni, compresa Wadakona, che del nuovo Stato sono venuti a costituire l’estremo nord, si sono di fatto ritrovati nel più netto isolamento.

Tagliati totalmente fuori dalla rete di comunicazione col nord (speriamo solo temporaneamente), essi restano troppo lontani dalla neo-capitale, Juba, che per il momento è raggiungibile solo via fiume (15 giorni sul Nilo, in barche di fortuna), oppure attraverso piccoli aerei umanitari, quando ci sono. Le strade sono impraticabili o del tutto inesistenti. Noi stesse (sr Mary ed io), per giungere fin qui, abbiamo potuto utilizzare un piccolo aereo noleggiato da una ONG, che fa servizio sanitario una volta la settimana. Sr Pascale, la Superiora provinciale che era con noi, non vi è potuta salire, rimanendo a Juba, in attesa di un’altra occasione.

Così, Wadakona, per la sua posizione, in questo momento risulta doppiamente isolata: sia rispetto alle due capitali (Khartoum per il Sudan del nord e Juba per il Sudan del sud), sia rispetto alla più vicina Renk, a cui può approdare solo via barca. Eppure, questo villaggio rappresenta una grande comunità di uomini e donne, anziani e bambini (circa 15 mila abitanti); nella quasi totalità cristiani, giunti qui negli anni ’90, per sfuggire ai massacri, che, a causa della pluri-decennale instabilità politica e sociale, si perpetravano nella regione, come dappertutto nel Sud-Sudan.

Ebbene,  nonostante gli stenti al limite della sopravvivenza, la gente di Wadakona, come tutti i sudanesi del sud, sta assaporando i primi albori della libertà. Il villaggio non ha niente, né strade, né ospedale attrezzato, né grandi mercati, né internet, e nemmeno l’acqua potabile … Ma si sente “parte felice” di un popolo finalmente libero. Lo leggi negli occhi di tutti! Lo percepisci dalla bocca degli anziani. Te lo ripetono come una dolce nenia le donne, quando vengono a renderti visita, grate perché “da lontano sei venuta fin qui, a trovarci” … E lo ascolti tutte le mattine nello spiazzale antestante la fatiscente scuola, dalla voce dei ragazzi e delle ragazze, che, con portamento fiero, dignitoso e pur commosso, rivolgono il loro saluto alla “propria” bandiera, intonando l’inno nazionale di recente composizione, come fosse un rito sacro, una celebrazione liturgica … Per 50 anni non era mai successo. Oggi sono un popolo! Lo sentono, lo gustano, lo esprimono.

La libertà! Ne comprende il valore chi non ce l’ha o chi l’ha appena conquistata.

A Wadakona, noi suore della carità, siamo presenti con una comunità di quattro sorelle “missionarie”, attualmente tutte sudanesi. Quattro gli ambiti del nostro servizio: 1. la prima alfabetizzazione della donna-già-adulta; 2. l’animazione e il coordinamento della scuola; 3. un dispensario sanitario; 4. il coordinamento delle attività di catechesi e di pastorale. Tutte le domeniche, in una chiesa gremita fino all’inverosimile, un catechista presiede la liturgia della Parola. Il sacerdote viene di tanto in tanto.

Siamo approdate qui da Khartoum nel gennaio del 2009, quando ancora la zona era sotto il controllo del governo del nord e già si intravedevano i primi segni del nuovo corso storico. Era necessario, anche per noi, creare un varco verso il sud e la provincia dell’Alto-Nilo ne rappresentava la porta di ingresso. Da Wadakona ci era giunto un appello, per voce dell’Arcivescovo di Khartoum, il card. Gabriel Zubeir Wako,  e del suo ausiliare, mons. Daniel Adwak. La Congregazione ha risposto con un “sì” generoso alla Chiesa e alla Storia, seguendo le sorti di un popolo, quello del sud, di cui tutte le nostre giovani suore sudanesi fanno parte. Le loro famiglie hanno nel tempo sperimentato, chi più chi meno, le fatiche dell’esodo. 

Il referendum del gennaio 2011 ha posto fine - lo speriamo per sempre - a 50 anni e più di guerra civile, di esodi biblici, di massacri perpetrati nel silenzio e nell’indifferenza del mondo. Oggi una nuova storia sta nascendo … Non facile, ma bella! Siamo ai primi chiarori di un’alba nuova, di cui, qui, in questo scorcio dell’Alto-Nilo, anche la natura tutte le mattine ti lascia intravedere i segni premonitori. Questo ti sembra di captare, quando rimani lì, incantata, a gustare i riflessi del sole, che dal Nilo si alzano e ti raggiungono, intensi e multi-colorati, fin dentro la cappella, dove la piccola comunità, come ogni altra nostra comunità nel mondo, si ritrova, all’alba appunto, per cantare le lodi al Dio-Trinità, Signore del nuovo giorno, Dio di questa storia, Padre del nuovo popolo.

Da Wadakona … a Rejaf (Juba)

Con sr Mary e con sr Pascale Khoury, siamo giunte nel Sud-Sudan, provenienti dall’Egitto, il 19 ottobre, approdando alla neo-capitale, Juba. A 10 km, sorge Rejaf, una missione di antica tradizione comboniana, la prima fondata nel Sudan del sud nel 1919.

Oggi, Rejaf, è un villaggio che porta in sé, tutti interi, i segni e le ferite di una occupazione militare durata decenni. Qui, infatti, stazionava uno strategico centro di smistamento militare. Molta parte della popolazione, per lo più cristiana, col tempo, aveva dovuto lasciare la zona. Oggi vi è un esodo al contrario e lentamente il villaggio si va ripopolando.

A Rejaf, su invito dell’arcivescovo di Juba, mons. Paolino Lukudu Loro, ci stiamo inserendo con una comunità di tre sorelle, di cui due sudanesi e una italiana, per un servizio educativo-pastorale e sanitario; e, su invito del già Nunzio del Sudan, mons. Leo Boccardi, per un’opera a favore delle bambine, cosiddette, “di strada”, senza famiglia e senza alcuna protezione sociale. Per questo servizio, stiamo costruendo un «foyer», aiutate economicamente in parte dalla comunità francescana di Assisi; in parte dalla generosità di tanti amici e amiche attraverso il mondo; in parte dalle piccole o grandi rinunce di tante nostre comunità, soprattutto quelle delle sorelle anziane. Ma siamo agli inizi di tutto … Stiamo cercando reti, collaborazioni ed aiuti. Da sole, nulla sarebbe possibile. Gli ostacoli non mancano, ma la Provvidenza, al pari e più dell’alba sul Nilo, sorge prima di noi. Saprà indicarci la strada!”



[1] Il 9 luglio del 2011, il  Sud-Sudan è diventato ufficialmente il 54° Stato africano, col nome di “Republic of South Sudan”.


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