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Giovedì 14 Novembre 2013 23:54

Presenza in Albania

Dopo più di venti anni in Albania

Per il Vangelo, giorno dopo giorno

La santità che è pienezza di vita, si può realizzare solo seguendo Gesù, camminando dietro a Lui in una relazione d’amore che ci porta a donare tutta la vita per la realizzazione del Suo Regno. Tutta la vita fino al martirio. E noi abbiamo seguito Gesù!

A partire dall'anno 1991-92

Quando le prime porte si aprirono timidamente, numerose Congregazioni risposero all'appello del Papa Giovanni Paolo II per aiutare a realizzare o reinstallare la Chiesa cattolica nei Paesi dell’Est. La caduta del muro di Berlino che ha portato un’ondata di primavera in questi Paesi, oppressi dalla dittatura comunista, ha visto religiosi e religiose partire per queste terre poverissime (fra questi anche noi): missionari disposti ad inserirsi in realtà mancanti di tutto con l’unico desiderio di “dare una mano” a ricostruire. Gli aiuti venivano da tutte le parti e noi ci sentivamo “chiamati” a “dispensare”, per riempire lo stomaco di tantissimi poveri. Progetti su progetti! Positiva enfasi solidaristica, lavoro sociale alla ricerca del bene dell’altro. Non avevamo paura di mettere in gioco le nostre vite girando sulle strade impervie e nei villaggi dove potevano fermarti e derubarti! Donare tutto e sempre, costi quel che costi, era il nostro motto! Viaggiare su camionette dei soldati Kfor per portare aiuti alle persone isolate sulle montagne. Aprire case e pale-stre ai tanti profughi cacciati dal Kosovo …

“Ponti tra Dio e l’umanità ferita”

L’energia interiore cresceva e con noi crescevano i Battezzati e cominciavano a formarsi piccole comunità fatte di giovani che desideravano imparare la lingua italiana e ci facevano sentire “di casa” nella loro terra facendoci dimenticare, forse, la necessità di conoscere meglio la cultura albanese, la storia, le tradizioni. . . E’ vero che i religiosi, sempre missionari, sono costituiti come “ponti tra Dio e l’umanità ferita”; essi hanno ricevuto una chiamata per servire i fratelli e accompagnarli verso Gesù, ma tale mandato non li protegge dal pericolo delle contraddizioni proprie delle realtà in cui vivono. Essi si donano, servono a costo della vita, senza fare troppo i conti con disagi di tipo psicologico: stress, stati di ansia, incomprensioni varie. E’ un martirio tutto da vivere giorno dopo giorno con la consapevolezza che ogni consacrato porta con sé quel fardello di umanità che ha bisogno di guarigione che non è solo di natura spirituale, ma anche psichica e umana.

Una prese di coscienza

Capire la distruzione operata da cinquant’anni di dittatura comunista, che ha spazzato via anche la spiritualità che è insita nella persona umana, non è stata un’impresa facile anche perché noi non abbiamo mai imparato bene la lingua. Gli albanesi dal loro Dittatore dovevano essere formati a non credere in nessun Essere superiore, ecco perché tutte le religioni sono state azzerate e noi, religiosi, presi dalla necessità di “dare cose” per il loro sostentamento non abbiamo fatto sufficiente attenzione a questi aspetti che si riveleranno in seguito segnali negativi per costruire quell’armonia tra dimensione spirituale e dimensione psichica e umana. Sappiamo bene che la spiritualità è possibile solo là dove si è sedimentata una corretta antropologia, che sa fare proprie le ferite di un popolo per tenerne conto nella proposta cristiana. Questa presa di coscienza ci ha fatto soffrire ed è stata un “calvario” da affrontare anche perché siamo stati criticati proprio da coloro che avevano ricevuto di più: “Siete venuti qui per fare assistenzialismo e non per dare Gesù Cri-sto”. “A causa vostra hanno scambiato la Chiesa con la caritas”. Anche questo è un’ occasione per offrire al Signore, che tutto sa, l’insuccesso della nostra azione.

 Ma non ci scoraggiamo

La Conferenza dei Superiori maggiori in Albania, dà nuove indicazioni, cambi di rotta. E noi siamo sempre qui a cercare strade nuove per poter cambiare ed arrivare a costruire comunità cristiane che si prendano in mano con responsabilità e non eseguano solo ordini dall’alto. Ma i poveri crescono sempre di più e sono di tutte le religioni… sanno di essere musulmani o cristiani ortodossi o cattolici, ma tutto è qui. Hanno solo fame! Le comunità religiose sono combattute: che fare? Intanto arrivano le Sette che aiutano la gente e attirano tanti alle loro assemblee.

Nella vita quotidiana con i poveri

Noi c’interroghiamo, facciamo una lettura più approfondita e diciamo che la Chiesa ha conosciuto il martirio recente, un martirio che si rivela luminoso non tanto nell’anticomunismo, ma proprio nel

suo aspetto di condivisione della fede con il popolo semplice e povero in difesa dei suoi diritti fondamentali, primo dei quali quello di credere in Dio, di seguire Gesù Cristo e il suo Vangelo

nella vita personale, familiare, sociale, di sentirsi parte di una comunità universale, la Chiesa, che è – nella sua debolezza - sale della terra e luce del mondo. Riconosciamo di avere dato il pane quotidiano (non secondario con l’Eucaristia) come dono di Dio, frutto del sacrificio di tanti che ci hanno aiutato.

Non ci abbattiamo! Restiamo in Albania anche dopo che alcuni giovani muniti di Kalashnikov sono entrati in una nostra comunità per rubare. Hanno sparato e ferito le suore: una ha subito, in seguito a questo, un’operazione delicata. Tradite dagli stessi beneficati! Ma siamo rimaste come testimonianza di amore che perdona. Affermiamo inoltre un martirio che sembra troppo presto dimenticato dai pastori e forse dagli stessi fedeli, nella sua valenza di testimonianza controcorrente, rivoluzionaria, valoriale, culturale nel senso del nostro legame con la vita quotidiana dei poveri.

In nome di Gesù Cristo

Non possiamo fermarci alle critiche e cerchiamo di vivere la libertà di spirito che è anche povertà (limitatezza di cose materiali) assunta evangelicamente, perché crediamo essere l’originalità della Chiesa nell’attuale evoluzione della società albanese. Siamo convinte che la nostra è una sfida al consumismo e all’edonismo che può motivare vocazioni autentiche. E noi abbiamo la gioia di avere tre giovani suore albanesi, vere suore della carità, amanti dei poveri.

E’ comunque un martirio-testimonianza ancora necessario, il nostro non per individuare degli oppositori o degli oppressori, ma per muoverci evangelicamente e in nome di Gesù Cristo: nello scegliere-sostenere-difendere i poveri…vere vittime della corruzione e della folle corsa al priva-to… Non importa se i Vescovi non ci firmano progetti e se scarseggiamo in aiuti, andiamo avanti nel promuovere e nel collaborare al bene comune…, nel denunciare le omissioni e i soprusi nel campo dell’educazione-scuola, della salute, della giustizia, del lavoro, dell’ambiente, del futuro dei giovani… Ultimamente stiamo vivendo la minaccia che ci tolgano le chiese o le scuole, rivendicando il possesso della terra di cento anni fa… Che fa la Chiesa? Che fa lo Stato?

 

Noi ci siamo e restiamo: “solo la speranza ci fa propriamente cristiani” ha scritto Sant’Agostino e la speranza deriva da un discernimento attento della realtà. E’ una speranza che si nutre di responsabilità e che si apre agli altri, ai nostri fratelli albanesi o rumeni, moldavi senza giudicarli. Non perdiamo la speranza perché è fondata con solidità sulla resurrezione di Cristo Gesù e “colorerà i nostri giorni di gioia”. La speranza ci spinge a cercare il dialogo e la comunione a partire da noi, suore di santa Giovanna Antida che abbiamo avuto “la grazia e la missione” di essere inviate in queste terre di missione.

                                                                                                                       di Sr Maria Renata Chiossi, sdc, regionale della Regione Europa Orientale 

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