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2 agosto 2019 - Il Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (CCEE) e la Conferenza delle Chiese d’Europa (CEC) si uniscono, anche quest’anno per riaffermare la responsabilità nei confronti della creazione e invitare alla preghiera. In una dichiarazione comune, pervenuta all’Agenzia Fides, si ricorda che il “Tempo del Creato”, dall’1 settembre al 4 ottobre, “è un periodo speciale nei calendari liturgici di un numero sempre più crescente di Chiese in Europa”.

“Approfittiamo dunque di questa occasione e ci uniamo in preghiera perché l’umanità rispetti il pianeta. Con tutto il cuore preghiamo per le persone che nel mondo soffrono a causa dei danni ambientali causati dall’egoismo e dall’abbandono. La rete della vita non deve essere interrotta dall’avidità umana e dall’indifferenza nei confronti degli esseri umani e dell’intera creazione” è scritto nella dichiarazione.

Riconoscendo che “a causa dell’uso improprio delle risorse naturali, legate anche alla distruzione e all’inquinamento, continuiamo a infliggere una dolorosa ferita all’opera di Dio” e che “lo stile di vita della società moderna ha conseguenze in tutto il mondo”, la dichiarazione esorta a “fermare il ciclo dell’individualismo e dell’isolamento, ricordando che siamo tutti membri di un’unica famiglia umana”. “Pertanto, chiedendo perdono, intendiamo cambiare i nostri cuori e i comportamenti per diffondere i semi della giustizia e far germogliare i frutti della carità, contribuendo così a ripristinare la bellezza della creazione”.

Esortando a non dimenticare di ringraziare Dio “per la bellezza e la bontà della sua creazione”, e a pregare per quanti “soffrono a causa dei nostri sprechi, della avidità e, spesso, della nostra indifferenza”, i Presidenti del CCEE e della CEC invitano “i cristiani e ogni persona di buona volontà a dimostrare la propria responsabilità nei confronti del creato, a assumere impegni concreti e saggi per lavorare come buoni custodi e per lottare contro le disuguaglianze attraverso la protezione della diversità biologica”. (SL) (Agenzia Fides 1/8/2019)

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Sabato, 23 Marzo 2019 17:13

EUROPA Giornata dei missionari martiri

23 marzo 2019 - “Il coraggio di testimoniare il Vangelo fino al dono della vita, cioè il martirio, è un dono di grazia che non si ricerca ma che si deve essere pronti ad accogliere”. Ne è convinto don Giuseppe Pizzoli, Direttore di Missio Italia, che all’Agenzia Fides ricorda la condizione di sofferenza e persecuzione che oggi vivono i cristiani in tante parti del mondo: sono singoli fedeli, gruppi o intere popolazioni, locali o rifugiate in altri paesi, oppure missionari partiti per portare l’annuncio del Vangelo. Proprio a loro è dedicata la “Giornata di preghiera e digiuno in memoria dei missionari martiri” che si celebra ogni anno il 24 marzo, in diverse parti del mondo, e ha come figura di riferimento Mons. Oscar Arnulfo Romero, l’Arcivescovo di El Salvador, icona di martirio, proclamato santo nell’ottobre scorso.

“Tutta l’opera di Oscar Romero è stata sostenuta, motivata dalla coerenza nella fede” spiega don Pizzoli. “La missione della Chiesa non può fermarsi di fronte a situazioni politiche critiche o situazioni in cui la libertà religiosa non è stata ancora riconosciuta” aggiunge.

Proprio in quei Paesi in situazioni sociali e politiche difficili, dove operano instancabili tanti missionari consacrati e laici, Missio, in occasione di questa Giornata, propone un aiuto concreto: permettere ai giovani di beneficiare dei un percorso di formazione umana, professionale, intellettuale, cristiana. Il progetto quest’anno prevede uno speciale sostegno alla diocesi di Uvira, nella regione del Kivu, in R.D. Congo, fondata nel 1959 dai Missionari Saveriani. Il percorso, tra gli altri aspetti, dà ai giovani la possibilità di imparare a cucire e a utilizzare il computer, per potersi inserire in modo proficuo nella società. (ES) (Agenzia Fides 23/3/2019)

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Mercoledì, 01 Agosto 2018 18:15

EUROPA Migranti e Islam

1 agosto 2018 - Cosa deve fare l’Europa? Un’intervista al grande islamologo gesuita p. Samir Khalil Samir. L’urgenza di una separazione fra politica e religione nell’islam. I casi di Egitto e Siria. La guerra in Iraq (e in Siria) è anzitutto una guerra intra-islamica. I Paesi europei devono spingere i Paesi islamici ad attuare l'uguaglianza tra tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro religione, e l'uguaglianza assoluta tra uomini e donne.

Ai migranti che giungono in Europa non bisogna dare solo un pane e il tetto, ma anche offrire il meglio della nostra cultura, testimoniare l’ideale cristiano della fratellanza. E a partire dalla scuola, educare al rispetto fra europei e migranti, ragazzi e ragazze, cristiani e non cristiani. È uno dei suggerimenti che p. Samir Khalil Samir offre in quest’intervista che mette a fuoco i problemi e le possibili soluzioni per una convivenza fra cristiani e musulmani, nel Paesi arabi e in Europa.

1. L'islam è una religione di pace?

Sì e no! Nel Corano, come nel comportamento di Maometto, troviamo sia un atteggiamento pacifico che un atteggiamento violento. Quando non aveva ancora potere, Maometto entrò alla Mecca in modo pacifico. Nella seconda fase della sua vita, a Medina, ha fatto la guerra e organizzato razzie. Questo corrispondeva alle usanze comuni in Arabia.

Da notare che la parola “razzia” (che ritroviamo in varie lingue occidentali), viene dalla parola araba “ghazwa”, che significa proprio “attacco guerriero”. La prima biografia musulmana di Maometto, scritta da Abū 'Abdallāh Muḥammad ibn ʻUmar al-Wāqidī (747-823), s’intitola Kitāb al-maghāzī, cioè “libro delle razzie”.

Dopo la sua morte, i musulmani hanno seguito il suo metodo e hanno conquistato con successo altri Paesi, anche se erano in minoranza numerica.

Poiché l'Islam è un progetto globale, sia religioso che sociale e politico, nelle nuove società conquistate, essenzialmente popolate da cristiani, i musulmani sono stati ansiosi di imporre i loro standard islamici, influenzati in modo pesante dalle tradizioni beduine.

2. I critici dicono che l'islam non è solo religione, ma anche ideologia politica. Ci può essere un islam apolitico?

L'Islam è un progetto sociale globale. All’inizio esso è stato un progetto religioso, lanciato da Muhammad, il quale ha spinto i suoi contemporanei ad abbandonare il culto delle varie divinità per riconoscere un unico Dio, Allāh. È chiaro che a quel tempo l'esistenza di Ebrei e Cristiani nella penisola arabica ha avuto un ruolo significativo in diverse regioni, facilitando questa evoluzione.

Ma l’Islam è anche un progetto sociale e politico: sociale, per conformarsi ai costumi beduini, con tutte le sue tradizioni e norme; politico, per unire la comunità grazie a un nuovo progetto unico, l’esistenza di un unico Dio onnipotente! Di conseguenza, il progetto islamico comprende sia le dimensioni religiose, sia quelle politiche. E questo è il grande e vero problema fino ad oggi!

Al presente, esistono alcuni Stati a maggioranza musulmana che fanno la distinzione tra religione e politica. La Siria, per esempio, è un Paese musulmano al 90%, che ha però una costituzione laica, la quale fu redatta su richiesta del presidente Hafez al-Assad, nel 1973. L’autore è un cristiano ortodosso, Michel Aflaq, che aveva fondato nel 1947, con Salah al-Bittar, il partito Baath. Il presidente è sempre un musulmano, ma l'islam non è la religione di Stato. Ogni cittadino segue la sua religione, ma le norme della Costituzione valgono per tutti e si applicano a tutti: musulmani, cristiani, ebrei, atei… L'ideologia di fondo è caratterizzata dal panarabismo socialista, che pretende di essere secolare, e cerca di distinguere tra religione e politica.

Potremmo anche citare la Tunisia sotto Bourguiba, che, anche se musulmana, nel 1956 ha introdotto una certa laicità e soprattutto un’uguaglianza assoluta tra uomini e donne.

In entrambi i casi, l'influenza della presenza francese in questi due Paesi ha avuto un ruolo cruciale.

3. Politica e Chiesa in Europa come devono affrontare il mondo musulmano? Come può funzionare il dialogo?

Nei rapporti con tutti gli Stati, compresi i Paesi musulmani, si dovrebbero sempre applicare due principi fondamentali: l'uguaglianza tra tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro religione; l'uguaglianza assoluta tra uomini e donne. Questo è il fondamento della dignità umana.

Di conseguenza, non è possibile distinguere tra un musulmano, un cristiano, un ebreo, un indù o un non religioso o ateo. Tutti hanno gli stessi diritti e gli stessi doveri verso lo Stato, davanti alla legge. Non ci sono privilegi o eccezioni. La costituzione tocca tutti i cittadini. Ugualmente, tutti gli articoli della costituzione valgono per uomini e donne, i quali hanno gli stessi diritti e gli stessi obblighi previsti dalla legge.

Gli Stati europei dovrebbero chiedere che questi due principi siano attualizzati ed applicati, nelle loro relazioni con tutti gli Stati musulmani, compresa l'Arabia Saudita. Va da sé che i Paesi che osano fare questo corrono il rischio di essere penalizzati, rispetto ad altri Paesi. È quindi importante che tale decisione venga presa congiuntamente da tutti i Paesi europei, per evitare disparità tra di loro.

Ciò presuppone, inoltre, che l'Unione Europea abbia istituito un comitato congiunto per monitorare l'applicazione della presente decisione, per evitare che questi principi siano solo affermati in teoria e non in pratica.

4. Cristiani nei Paesi islamici: in questi anni abbiamo assistito a casi spettacolari di violenza e terrore degli islamisti.

Questa è una realtà ovvia. Per definizione, gli islamisti sono musulmani estremisti, che si differenziano nettamente dagli altri musulmani per il loro fanatismo e l'ottusa interpretazione di certe tradizioni. Ciò porta a una palese ingiustizia verso i cristiani.

Sulla base di quanto ho detto prima, l'Europa deve insistere in modo sistematico sull'assoluta parità di trattamento tra musulmani, cristiani e altri. Perciò, non si può stabilire delle differenze di trattamento, né a causa della religione, né a causa del sesso, né per altri motivi!

Anche qui tutti gli Stati europei devono assumere una posizione comune ed esigente verso gli Stati musulmani.

5. L’Egitto è la sua patria. Vi sono discriminazioni verso i cristiani? Cosa fa il governo a favore della minoranza cristiana?

Le differenze di trattamento sono molto visibili, in particolare quando si tratta della costruzione di una chiesa per esempio, dove il permesso è spesso negato. Il che obbliga i cristiani a costruirle in modo nascosto… col rischio che vengano poi distrutte dai fanatici!

Il presidente Al-Sisi fa enormi sforzi: ha finanziato la costruzione della chiesa più grande del Medio Oriente, nella futura capitale amministrativa dell'Egitto, ad est del Cairo; ha celebrato l’inaugurazione di questa chiesa (non ancora finita) nel gennaio 2018 (festa del Natale del calendario copto)… Ma resta il fatto che più di 1.000 chiese (tra le oltre 6.000 presenti in Egitto), sono teoricamente illegali, perché sono state costruite senza i permessi necessari. Quindi sono costante bersaglio di attacchi da parte di estremisti islamici.

Per quanto riguarda la discriminazione nella vita di tutti i giorni, oggi è quasi impossibile per un cristiano ottenere una funzione importante in un ufficio amministrativo, nonostante i suoi meriti. In passato non era così. La situazione è peggiorata per il crescente numero di elementi estremisti fanatici. A questo livello, lo Stato è assolutamente senza difese.

6. In Siria, la lunga coesistenza pacifica delle religioni è stata scossa dagli anni della guerra civile. Riuscirà il Paese a riprendersi da questa lotta, che è anche quella tra musulmani e cristiani?

La situazione della Siria è molto diversa da quella dell'Egitto. In linea di principio, la vera secolarità dello Stato è messa in discussione da un conflitto interno al mondo musulmano. Dal 1973, lo Stato è nelle mani della famiglia Assad, che è alawita, una branca degli sciiti. Gli sciiti costituiscono circa il 15% della popolazione musulmana. I musulmani sunniti hanno lanciato la guerra contro questo Stato. Anche in Iraq il governo (dopo la caduta di Saddam Hussein) è nelle mani degli sciiti. Iraq e Siria gli unici Stati arabi in cui gli sciiti sono al potere.

L'Isis ha avuto origine in Iraq. Il suo nome significa "Stato islamico per l'Iraq e la Siria". Quella a cui assistiamo è una guerra intra-islamica, tra sciiti e sunniti. È anche ampiamente finanziata dal più ricco Stato sunnita, ossia l'Arabia Saudita, che è ciecamente sostenuto dagli Stati Uniti e, in parte, da alcuni Paesi europei.

Questo spiega la coalizione americana ed europea contro la Siria e quindi il sostegno della Russia alla Siria. I morti sono tutti siriani, siano essi sunniti, alawiti o altri.

Il bombardamento di città, tra cui Damasco, Homs e Aleppo, ha colpito anche molti cristiani. Molti hanno dovuto fuggire e cercare rifugio dove potevano. L'Europa ha compiuto uno sforzo colossale per accoglierli, in particolare la Germania. Spesso i rifugiati erano musulmani, i cristiani sono caduti nell'oblio.

Al presente, il Paese si sta riprendendo con molta lentezza. I problemi sono lungi dall'essere risolti e il numero di migranti è di diversi milioni: nessuno sa se potranno mai tornare nel loro Paese.

Di nuovo, il fanatismo religioso - questa volta tra sette musulmane - ha completamente distrutto il Paese. E il problema fondamentale dell'islam riappare automaticamente, perché l’Islam è un progetto, sia politico che religioso.

7. Cosa fare per i cristiani in Medio Oriente, perché stiano bene e non emigrino?

I cristiani non sono la causa del loro problema. Lo è piuttosto una visione dall'islam, che stabilisce una discriminazione religiosa tra musulmani e gli altri. Per questo si tratta di agire presso i musulmani. Si tratta di cambiare il modo di pensare, dalla sfera religiosa a quella politica.

È un problema culturale, legato al concetto stesso di religione. Anche il cristianesimo ha conosciuto questa identificazione tra religione e politica, e ha dovuto lentamente liberarsene.

Questo è più difficile per i nostri fratelli musulmani, perché l'unità di religione e politica è completa sin dall'inizio. L'Europa potrebbe aiutare culturalmente il mondo musulmano, impostando condizioni chiare per l'utilizzo degli aiuti europei. Sarebbe un contributo molto apprezzato anche da tanti musulmani.

Un problema simile si può trovare nello Stato di Israele, dove Stato e religione si mescolano, fino a creare ingiustizie riguardo a chi non è ebreo (in particolare i musulmani). Questa posizione israeliana rafforza la posizione dei musulmani estremisti.

Queste dimensioni del problema non vengono prese sul serio dall'Europa.

8. L'integrazione dei musulmani nella società europea può avere successo?

Direi di sì e ciò avviene attraverso l'educazione e la pratica. Anzitutto nella scuola. Qui, il futuro si sta preparando trattando ragazzi e ragazze con lo stesso rispetto, europei di origine e migranti, cristiani e non cristiani, allo stesso modo, e così via.

Poi, nella vita quotidiana, trattare tutti allo stesso modo, con più comprensione per qualcuno che è appena arrivato, con tutti i requisiti del Paese: non solo nelle cose visibili, ma anche nella vita privata, nei comportamento tra uomini e donne, tra ragazzi e ragazze, tra musulmani e non musulmani, nell'educazione scolastica come nella vita sociale e nelle leggi.

In breve, si tratta di educare la mentalità degli immigrati, per il meglio. Ma anche nella speranza che lo insegnino anche a coloro che sono rimasti nei loro Paesi d'origine, oppure coloro che un giorno ci torneranno.

L'aiuto materiale per i migranti - il pane, il tetto - non è sufficiente. È molto, ma non è abbastanza! L’emigrato deve anche ottenere un aiuto culturale, ricevendo anche la testimonianza di una dimensione spirituale, l'ideale europeo e cristiano, la fratellanza universale. Dare all'altro, chiunque esso sia, il meglio che abbiamo, in particolare la vera, assoluta e universale fratellanza, come ci ha insegnato il Vangelo!

Asianews

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Venerdì, 01 Dicembre 2017 21:40

EUROPA Investire sui giovani africani

30 novembre 2017 - Summit Africa: investire sui giovani africani per il futuro dei due continenti. “Investire nella gioventù per lo sviluppo sostenibile”, si può riassumere così il tema del quinto Vertice tra Unione Africana ed Unione Europea che si chiude oggi ad Abidjan, capitale economica della Costa d'Avorio. Al centro dei lavori, ai quali hanno partecipato i rappresentanti di 80 Paesi, c’è il problema dei migranti che cercano fortuna altrove, in primis in Europa. Il 60% della popolazione africana è al di sotto dei 25 anni ed oltre il 31% dei giovani africani non riesce a trovare lavoro, hanno sottolineato i leader africani che chiedono all’Europa di investire nel loro continente per creare posti di lavoro e sviluppo. In questo modo si spera che i giovani africani non siano costretti ad affidarsi a mercanti di uomini senza scrupoli inseguendo il desiderio di una vita migliore.

La recente scoperta di un “mercato degli schiavi” a Tripoli, in Libia, ha suscitato forte emozione nell’Africa sub-sahariana, risvegliando dolorosi ricordi di sfruttamento e di predazione, crimini commessi non solo dagli europei ma anche dalle tribù arabe della costa mediterranea.

La Francia ha lanciato, a latere del Summit euro-africano, un programma di emergenza per l'evacuazione dei migranti rimasti bloccati in Libia, “entro pochi giorni”. Parigi, ha annunciato il Presidente francese Emmanuel Macron, offrirà sostegno all'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) "per aiutare il ritorno volontario dei migranti africani nei propri Paesi d'origine”.

Uno dei punti focali della tratta che porta i migranti dall’Africa occidentale alle coste libiche, è il Niger, dove dal 17 al 19 novembre si è tenuto il quarto Forum Nazionale dei Giovani. Secondo un comunicato inviato all’Agenzia Fides vi hanno partecipato giovani provenienti dalle otto regioni del Niger e rappresentanti giunti da Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Mali, Mauritania e Senegal.

Nella dichiarazione finale i partecipanti al Forum chiedono al governo di Niamey di “prendere tutte le misure necessarie per garantire la sicurezza dei migranti nigerini all’estero, in particolare quelli che vivono in Libia”; di rivedere la legislazione sulla migrazione clandestina; di sviluppare progetti strutturali per promuovere l’imprenditoria giovanile per contrastare i rischi di radicalizzazione nello spazio saheliano e sahariano già in crisi.

Si chiede inoltre di “punire gli agenti delle forze dell’ordine che taglieggiano e commettono violenze sui migranti” e di “considerare la migrazione come un diritto umano fondamentale riconosciuto da leggi nazionali e internazionali e di umanizzarla invece di criminalizzarla”.

Si chiede infine di “incoraggiare gli Stati membri dell’Unione Africana a dotarsi di una politica nazionale migratoria al fine di creare una politica regionale comune sulla migrazione”. (L.M.) (Agenzia Fides 30/11/2017)

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Sabato, 06 Febbraio 2016 10:53

EUROPA Il dramma dei bambini rifugiati

6 febbraio 2016  - I bambini migranti di cui l’Europa non sa prendersi cura: 10 mila scomparsi. Secondo l’allarme di Europol molti minori non accompagnati sono vittime di una intera “infrastruttura criminale” nata per sfruttare i flussi di arrivi. Sono 5 mila gli scomparsi solo in Italia. Stati carenti su strutture di accoglienza e tutele adeguate ai più piccoli

Sono i più piccoli, i più vulnerabili, i primi a cui l’Europa dovrebbe accertarsi di assicurare protezione. E invece per i minori non accompagnati che riescono a raggiungere il vecchio continente, spesso il peggio non è ancora passato: solo negli ultimi 18-24 mesi, sono oltre diecimila i bambini migranti che, dopo essere arrivati in Europa, sono letteralmente scomparsi nel nulla. Finiti, almeno in parte, nelle mani di trafficanti e ora vittime di sfruttamento, soprattutto sessuale. A lanciare l’allarme è l’agenzia di intelligence europea Europol, secondo cui 5 mila bambini sono spariti solo in Italia e altri mille in Svezia.

“Non è irragionevole dire che stiamo cercando oltre 10 mila bambini”, ha spiegato al settimanale britannico Observer il direttore del personale di Europol, Brian Donald. “Non tutti saranno sfruttati da criminali, alcuni potrebbero avere raggiunto membri della famiglia”, ha specificato. Eppure i motivi di timore non mancano: “Negli ultimi 18 mesi si è sviluppata un’intera infrastruttura criminale intorno allo sfruttamento dei flussi di migranti”, sottolinea Donald, secondo cui “ci sono prigioni in Germania e in Ungheria dove la grande maggioranza delle persone sono state arrestate in relazione ad attività criminali relative alla crisi dei migranti”.

Sono sempre più numerosi i minori non accompagnati che riescono ad arrivare in Europa. Secondo Save the Children, lo scorso anno sono stati circa 26 mila, ma la cifra potrebbe essere ancora più elevata. Stando ai dati Europol, infatti, i minori costituiscono ben il 27% del milione di migranti arrivati in Europa nel 2015. “Stiamo parlando di circa 270 mila bambini - fa i conti Donald - non tutti sono non accompagnati ma abbiamo le prove che un’ampia quota potrebbe esserlo”. Anche la stima dei 10mila scomparsi, avverte l’intelligence europea, potrebbe quindi essere prudenziale.

Timori, quelli di Europol, non isolati. Secondo il report appena diffuso da Enoc, network europeo dei difensori civici dei bambini, tutte le fonti (Commissione europea, Save the Children, Unhcr, Unicef) sono concordi nel ritenere che con i flussi record dell’estate e dell’autunno 2015 ci sia stato un aumento dello sfruttamento dei bambini migranti, secondo alcuni un aumento forte. A causarlo, misure di accoglienza in molti paesi inadeguate alla sicurezza dei più piccoli.

Tra queste ad esempio la mancanza di sistemi di custodia funzionanti per i minori: “In Belgio, Italia, Svezia, Paesi Bassi, Lituania e Lettonia - spiega il report Enoc - c’è un sistema più o meno funzionante per individuare tutori che supportino, consiglino e proteggano i minori sotto la loro custodia”, ma spesso ci sono ritardi, a volte gravi, nella nomina dei tutori. In altri Stati il sistema manca del tutto: in “Grecia questo sistema non esiste, in Polonia i tutori sono responsabili solo dei procedimenti giuridici”, nel Regno Unito, “a parte l’Irlanda del Nord non c’è sistema di tutela legale”, in Estonia “il governo locale dovrebbe agire da tutore legale per i minori non accompagnati ma finora nessun governo locale ha mai chiesto la tutela di un bambino in tribunale”, continua la rete dei difensori civici dei bambini.

Carenze che portano a situazioni preoccupanti: “A Malta ad esempio - si legge nel report di Enoc - i bambini che ricevono protezione umanitaria fino all’età di 18 anni a volte scompaiono poco prima di raggiungere quell’età” mentre “in Grecia molti bambini non accompagnati che sono messi in appositi centri, ci restano solo per pochi giorni dopo cui scompaiono per continuare il viaggio attraverso l’Europa”. In Svezia, poi, continua il network dei difensori civici dei bambini, “il problema dei bambini che scompaiono è noto da anni”. 

Un dato questo, evidenziato anche dall’Agenzia europea per i diritti fondamentali (Fra), che riporta come “secondo la polizia svedese, circa il 25% di bambini non accompagnati scompaia dalla propria sistemazione”. Anche l’Agenzia Ue parla poi di “ritardi nella nomina dei tutori per i minori” soprattutto in Austria, Slovenia e Svezia. Ma i problemi per i minori sono anche molti altri: “In Austria i bambini non accompagnati devono firmare documenti anche se non ne capiscono pienamente il significato”, riporta la Fra, mentre “in Bulgaria i bambini richiedenti asilo continuano ad essere fuori dal sistema educativo e in Germania aspettano per diversi mesi prima di potere accedere all’educazione obbligatoria”.

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Martedì, 05 Gennaio 2016 20:16

EUROPA Schengen a rischio

5 gennaio 2016 - Ancora una doppia tragedia del mare. Almeno 24 immigrati sono morti in seguito a due distinti naufragi avvenuti non lontano dalle coste turche. In Europa, intanto, si parla sempre più di pericolo per l’accordo di Schengen, dettato proprio dalla pressione migratoria.  

 “Schengen è sotto pressione”. E’ il portavoce della Commissione Ue, Margaritis Schinas, a sintetizzare il precario stato di salute dell’area di libera circolazione. A Bruxelles ci si affanna per “riportare la situazione alla normalità”, ma sul come è ancora mistero. Di fatto si cercherà nelle prossime ore di salvaguardare l’attuale status, attuando però “un efficace controllo delle frontiere esterne”. L’Unione europea ha convocato Svezia, Danimarca e Germania dopo la stretta dei controlli alle frontiere adottata da Stoccolma e Copenaghen, per arginare il flusso dei richiedenti asilo. Il commissario Ue all’Immigrazione Avramopoulos aspetta le parti domani a Bruxelles per “un maggiore coordinamento”. Secondo “una prima analisi”, i controlli alle frontiere reintrodotti dalla Danimarca sarebbero in linea con Schengen, mentre la nuova legge svedese sui controlli delle identità dei viaggiatori è ancora al vaglio dei servizi della Commissione Ue. La reintroduzione dei controlli alle frontiere fa temere fortemente che ormai Schengen sia fallito, e che la libertà di circolazione in Europa sia in pericolo, un rischio ventilato soprattutto dalla Germania, che chiede di trovare altre soluzioni. Roma intanto sembra valutare il ripristino dei controlli alla frontiera con la Slovenia. Il commento di Federiga Bindi, docente di Politica europea al centro "Jean Monnet" dell'Università di Tor Vergata:

R. – Il problema non è soltanto Schengen, il problema è che sta andando a pezzi la costruzione europea, che ad oggi rimane la miglior cosa che l’Europa abbia mai fatto in tutto il suo lungo corso storico, dai Romani a oggi. Io ancora voglio credere nell’Europa unita, non mi arrendo. Certo è che la politica di ricollocamento dei migranti è uno "scherzo", non è mai stato fatto nulla di quello che era stato deciso, e i migranti si stanno ricollocando da soli, con i loro piedi. La decisione in Italia di chiudere con Schengen mi sembra semplicemente simbolica, anche perché l’Italia non può chiudere le proprie frontiere, non è che noi possiamo fare un muro intorno al nostro mare. Consiglierei, comunque, di non farlo e di continuare a mostrare che noi ci crediamo e che non si può fare a meno di questa Europa. Certo è che sono tempi bui.

D. – In tutto questo, la cosiddetta “emergenza migranti” sembra quasi una scusa …

R. – E’ sicuramente una scusa! E’ un po’ l’ultima goccia che ha fatto traboccare un vaso che era già pieno. Il problema è che c’è una nuova generazione di politici che, incredibilmente, è quella che ha beneficiato in prima persona dell’Europa unita e non vede la necessità di continuare a lottare per farla continuare.

D. – Lei, in sostanza, ritiene quindi che sia miope la politica dei leader europei?

R. – A me pare che oggi come oggi in Europa l’unico politico con la “P” maiuscola sia il Papa e in seconda battuta la Merkel. Bisogna veramente tornare a ripensare, a rendersi conto del perché è nata l’Europa, del perché l’abbiamo costruita e bisogna anche ricordare, proprio pensando ai vicini della Slovenia, dell’ex-Jugoslavia, come è fragile ancora oggi l’equilibrio in Europa. Anche in un Paese dove il “melting pot” aveva funzionato bene, come la ex-Jugoslavia, è bastato un nulla perché si ri-ammazzassero tra di loro. Viviamo dei tempi brutti, tutto sommato, e l’Europa deve continuare prima di tutto a lottare per la propria unità e per la propria pace, e poi per mostrare fuori dai propri confini che coabitare, mettendo da parte le proprie differenze, si può. Altrimenti, che senso ha fare politica estera? Come possiamo noi andare dai siriani a dire: “Deponete le armi, accettate le vostre differenze”, se siamo i primi a non accettare le differenze tra di noi?

Francesca Sabatinelli, Radio Vaticana

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