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Mercoledì, 11 Dicembre 2019 19:43

LIBANO La resilienza davanti alla crisi

11 dicembre 2019 - “Fratello, se non hai soldi, non vergognarti e non lasciare la tua famiglia senza cibo. Prego entra pure e prendi quello che ti serve: caffè, spezie, cereali, perché Dio ha cura di te e di me”. Questo messaggio, esposto dal signor Abd Bitari nella vetrina del suo negozio di alimentari a Nabatieh, nel sud del Libano (area a maggioranza sciita), è diventato il simbolo dello spirito di resilienza della popolazione libanese davanti all’emergenza politico-economica che attanaglia il Paese, espresso in innumerevoli iniziative spontanee di solidarietà concreta a vantaggio di chi soffre di più gli effetti della crisi.

A contribuire all’ondata di iniziative solidali spontanee è stata anche l’emozione suscitata in tutto il Paese dal caso di un padre di famiglia della città di Arsal, con la moglie malata di cancro, che si è tolto la vita dopo essersi indebitato e non essere riuscito a racimolare mille lire libanesi (pari oggi a 50 centesimi di euro) che la figlia gli aveva chiesto prima di andare a scuola.

La resilienza dei libanesi si esprime in modi diversi. C’è chi offre metano per il riscaldamento, a chi non ha soldi per comprarlo, medici e avvocati garantiscono assistenza gratuita a chi ne ha più bisogno, nascono in diverse aree del Paese i Banchi alimentari e farmaceutici che raccolgono cibo e medicine per redistribuirli alle famiglie ridotte sul lastrico.

La parrocchia di San Giovanni Battista a Beirut ha inaugurato, nei pressi di una struttura ospedaliera, un “frigorifero mobile” da cui vengono distribuite a chi le richiede derrate deperibili di prima necessità. L’emergenza economica condiziona e connota in vari modi anche le iniziative delle parrocchie e delle scuole cristiane che si preparano a celebrare la festa del Natale. Nella parrocchia di San Maroun a Haret Sakher, vicino Harissa, i giovani della parrocchia raccolgono viveri e medicinali per aiutare i nuclei familiari che sono più in difficoltà. Il consiglio pastorale ha preso la decisione di ridurre le spese per le celebrazioni natalizie e destinare tutto all’aiuto di chi è più nel bisogno. E’ stato costituito un comitato speciale per coordinare gli interventi di carità della parrocchia.

Le settimane di manifestazioni e blocchi stradali hanno provocato la chiusura di molte scuole per lunghe settimane, aumentando i fattori di crisi di molti istituti educativi promossi dalle Chiese. Per recuperare le ore di lezione perdute, le scuole rimarranno aperte anche la vigilia di Natale. E intanto il Collegio Notre-Dame de Jamhour, diretto da padre Charbel Batour, ha diffuso un comunicato per suggerire a tutti di destinare a opere di carità le risorse tradizionalmente destinate a comprare i regali in occasione del Natale. (PR-GV) (Agenzia Fides 11/12/2019)

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Mercoledì, 04 Dicembre 2019 18:37

LIBANO 1500 Rifugiati siriani lasciano il Paese

4 dicembre 2019 - Le operazioni di “rimpatrio volontario” si sono svolte attraverso i valichi di frontiera di Masnaa, Qaa, Abboudiyé e Zamrani. Damasco ha collaborato con le autorità di Beirut. Prima di partire i bambini sottoposti a vaccinazione. Nel momento di massima crisi quasi due milioni i profughi accolti nel Paese dei cedri.

Circa 1500 rifugiati siriani hanno lasciato ieri il Libano, nel quadro delle operazioni supervisionate dalla sicurezza generale, in collaborazione con il governo del presidente Bashar al-Assad. Le operazioni di rimpatrio, avviate da tempo ma che sinora hanno trovato scarsa applicazione, sono avvenute attraverso i valichi di frontiera di Masnaa, Qaa, Abboudiyé e Zamrani. 

Negli ultimi anni anche la Chiesa libanese aveva lanciato a più riprese il pericolo di una gravissima crisi economica, politica e sociale per il Paese, legata alla presenza dei profughi dimenticati come i libanesi”. Nel momento di maggiore criticità, il Paese dei cedri aveva accolto quasi due milioni di persone in fuga da guerra e povertà, a fronte di una popolazione di circa 4,4 milioni di abitanti.

Secondo una nota diffusa nel pomeriggio dalla direzione generale della Sicurezza generale, che si occupa delle operazioni di rimpatrio, “un totale di 1498 rifugiati sono rientrati in Siria” nel contesto di una operazione di “rimpatrio volontario”. L’iniziativa si è svolta con la cooperazione dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr). 

L’agenzia ufficiale Ani riferisce che un gruppo di 500 rifugiati siriani è rientrato dalla Békaa. Altri 300 sono passati attraverso il valico frontaliero di Joussiyé e 200 dagli insediamenti nel villaggio di Ersal. Decine di famiglie hanno lasciato il villaggio di Qaa. A questi si aggiunge il gruppo partito da Bourj Hammoud, a Beirut. 

Sempre nella capitale, un gruppo formato da 71 famiglie si è ritrovato presso la cittadella dello sport e da qui è stata trasportata verso il confine a bordo di autobus verdi, forniti dal governo siriano. Un altro manipolo di 25 rifugiati ha lasciato Nabatiyé, nel Libano del sud, sotto la supervisione dell’esercito. Movimenti si registrano anche nel nord, con un gruppetto - il numero non è specificato - che ha lasciato Tripoli per rientrare nel Paese di origine. 

Prima di mettersi in viaggio, i bambini sono stati sottoposti al ciclo vaccinale sotto la supervisione del ministero libanese della Sanità

Sempre nel nord, diverse famiglie di rifugiati stanziati da tempo nei villaggi della regione hanno superato la frontiera di Abboudiyé, sfruttando per le operazioni di rientro i mezzi messi a disposizione da Damasco. 

Asianews

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Mercoledì, 23 Ottobre 2019 11:17

LIBANO Bocciate le riforme del governo

23 ottobre 2019 - Continuano le manifestazioni in tutto il Paese. Bocciate le riforme proposte da Hariri. Musulmani, cristiani, drusi, uomini e donne sono uniti dal voler cacciare “il governo ladro ed impunito”.

Continua la rivolta del popolo libanese, scoppiata in modo spontaneo una settimana fa, il 17 ottobre scorso. Tutti i tentativi dei politici, compreso il pacchetto di riforme proposto dal premier Saad Hariri, sono stati inutili. Il popolo libanese è ormai immune alla morfina delle false promesse ed è deciso ad andare fino in fondo: alla caduta del governo, all’arresto dei politici e al recupero del denaro da loro sottratto da decenni: una cifra calcolata a 360 miliardi di dollari.İl numero dei manifestanti di tutte le confessioni, età e sesso non diminuisce neanche durante le ore notturne. Stupisce l’assenza di litigi, risse o qualsiasi altro tipo di episodi simili che di solito avvengono fra masse eterogenee radunate in mezzo alla confusione. Sono tutti uniti, “una mano sola”; tutti hanno un unico obiettivo: cacciare “il governo ladro ed impunito”; tutti vogliono la stessa cosa: “dignità, giustizia sociale, un nuovo Paese laico” e soprattutto “normale”.

İl Paese dei Cedri non ha mai vissuto un tale evoluzione, I figli di questo Paese, sono finalmente divenuti un popolo, non più divisi da psicosi confessionali seminate per decenni da chi li governa. Questa gente guarda oltre, anche verso una sovranità assoluta per il nuovo Libano.Le timide critiche ad Hassan Nasrallah e Nabih Berri, ossia le critiche al’Iran, si fanno sempre più forti perfino a Baalbek, da sempre feudo sciita. Un militante di Hezbollah, che ha combattuto contro Daesh sui monti al confine con la Siria, in diretta tv ha indirizzato le sue parole contro il segretario generale degli Hezbollah dicendo: “ Nasrallah, tu non sei Dio!”.

Questo tabù è andato in frantumi anche nella piazza di Tripoli, dove un manifestante ha bruciato la bandiera di Hezbollah. L’uomo è stato subito fermato dalla maggioranza dei manifestanti - sunniti -che pur essendo contrari a Hezbollah, hanno condannato il gesto perché poteva essere interpretato come un insulto agli sciiti e provocare una divisione confessionale.

Non è solo l’Iran a rimetterci, ma anche gli Usa e quelli che i manifestanti definiscono dai i loro “burattini” a Beirut.

Fonti sicure - che hanno voluto mantenere l’anonimato - hanno rivelato ad AsiaNews che ieri, nonostante le banche fossero chiuse, alcuni impiegati della Banca Centrale hanno lavorato per quattro ore, trasferendo a conti esteri ingenti depositi di molti politici.

Le manifestazioni al centro di Beirut si sono concentrati ieri attorno alla sede del governo e sulla via delle banche.

Per la prima volta dall’inizio di quella che viene ormai definita “l’Intifada del popolo libanese”, sono stati lanciati slogan contro Riad Salameh, il governatore della Banca centrale, al grido “In carcere!” “Fuori l’uomo dell’America!”.

Salameh è ritenuto dai manifestanti “il gestore della politica Usa” in Libano, il “manovratore e protettore dei politici”, “complice di tutte le magagne finanziarie e della corruzione”, “responsabile della crisi di contanti, della fluttuazione e della sparizione dei dollari Usa sul mercato”.

“Nessuno politico corrotto può fare una qualunque transazione economica senza l’avallo e la conoscenza della Banca centrale” ha detto ad AsiaNews Ali  Sakr, un manifestante sciita di Beirut.

Asianews

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17 ottobre 2019 - ll Consiglio delle Chiese del Medio Oriente esprime dolore e apprensione per le vittime degli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine verificatisi di recente in Iraq, così come per l’offensiva militare guidata dalla Turchia nelle regioni della Siria nord- orientale, che potrebbe avere “gravi ripercussioni sulla integrità territoriale” di quel Paese e aggravare le emergenze umanitarie rappresentate da milioni di rifugiati e sfollati presenti nell’intera regione.

In un comunicato diffuso dagli organi ufficiali del MECC, i responsabili dell’organismo ecumenico invocano con la preghiera “la fine di ogni forma di violenza e che sia garantita la tutela della dignità umana di tutti", riaffermando nel contempo “il diritto dei popoli all'autodeterminazione, in linea con l'arabità e i valori dell'amore, della giustizia, dei diritti umani e della responsabilità comune nella costruzione della pace”.

Il comunicato del MECC si conclude con un richiamo alle coscienze di tutti, affinché le parti coinvolte fermino “il ciclo della guerra e della violenza nella regione benedetta dell'Oriente”.

Il Consiglio delle Chiese del Medio Oriente, fondato nel 1974 a Nicosia e attualmente con sede a Beirut, ha lo scopo di facilitare la convergenza delle comunità cristiane mediorientali su temi di comune interesse e favorire il superamento di contrasti di matrice confessionale.

La professoressa Souraya Bechealany, cristiana maronita, docente di teologia presso la Université Saint-Joseph de Beyrouth, è stata eletta Segretario generale del MECC nel gennaio 2018, e ha intrapreso insieme ai suoi collaboratori un processo di ristrutturazione dei dipartimenti dell’organismo ecumenico (GV) (Agenzia Fides 16/10/2019)

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Venerdì, 04 Ottobre 2019 21:35

LIBANO Prima Giornata della Fraternità umana

5 ottobre 2019 - La prima “Giornata di Tripoli per la Fraternità umana” (Tripoli Human Fraternity Day), dedicata al “futuro delle relazioni islamo-cristiane dopo la Missione di Papa Francesco ad Abu Dhabi", si svolgerà domenica 6 ottobre presso il Convento di San Francesco, nella città del Libano settentrionale, sotto l'egida della Pontificia Unione Missionaria, delle Pontificie Opere Missionarie del Libano e della Custodia di Terrasanta. L'evento è organizzato in collaborazione con il Religion & Security Council, con Dialogue for Life and Reconciliation, e con il Sustainable Network di leader religiosi nel nord del Libano.

All’iniziativa interreligiosa saranno presenti come partner numerosi altri organismi e ONG come Caritas Lebanon, la Camera del Commercio di Tripoli, l’Agenzia locale per lo sviluppo economico del Libano settentrionale, il Club degli imprenditori di Tripoli, il Comitato per la gioventù maronita dell’Arcieparchia di Tripoli, il Comitato patriarcale della Gioventù melchita, il Maronite Youth Pastoral Ehden 'gharta, il Middle East Institute for Research and Strategic Studies, il Fly for the Lebanese Youth, il Mousawat Association, e Utopia.

L’ordine dei lavori della giornata prevede un Forum Interreligioso dei Giovani e un Forum Interreligioso dei Leader. Il Forum Interreligioso giovanile coinvolgerà una delegazione di 50 studenti universitari e giovani professionisti delle comunità sunnita, alawita e cristiana di Tripoli e del Libano settentrionale. Il Forum Interreligioso dei Leader vedrà la partecipazione di importanti personalità religiose cristiane e musulmane, tra cui il Gran Mufti di Tripoli e l’Arcivescovo Joseph Spiteri, Nunzio apostolico in Libano.

Nello spirito del Documento sulla Fratellanza umana per la Pace mondiale e la Convivenza comune, sottoscritto ad Abu Dhabi da Papa Francesco e dallo Sheikh Ahmad El Tayyeb, Grande Imam di Al Azhar, il "Tripoli Human Fraternity Day" intende promuovere il dialogo e la cooperazione interreligiosa tra cristiani e musulmani come via per promuovere la convivenza pacifica e l'armonia sociale a Tripoli e in tutto il Nord del Libano.

L'evento si terrà nel quadro del programma di formazione in corso sulla "Missione dei Giovani Cristiani a Tripoli e nel Libano settentrionale", ospitato dal Convento di San Francesco e promosso dalla Pontificia Unione Missionaria e dalle Pontificie Opere Missionarie del Libano. Il programma di formazione fa parte delle iniziative organizzate dalle Pontificie Opere Missionarie del Libano per celebrare il Mese Missionario Straordinario “Ottobre 2019”, convocato da Papa Francesco sul tema "Battezzati e inviati: La Chiesa di Cristo in missione nel mondo". Il Mese missionario straordinario culminerà nella "Giornata Missionaria mondiale"di domenica 20 ottobre, quando si svolgerà anche la cerimonia di chiusura del programma di formazione.

Per venire incontro all'invito di Papa Francesco a rivitalizzare la missio ad gentes e rinnovare la vocazione missionaria nei cristiani di tutto il mondo, il programma di formazione mira a rafforzare l'identità missionaria, la consapevolezza e le competenze dei giovani partecipanti cristiani, preparandoli a impegnarsi attivamente nella società civile, nella vita comunitaria nel contesto interculturale e interreligioso di Tripoli. In tale contesto, il Programma di formazione metterà a fuoco il ruolo specifico dei cristiani e della loro missione rispetto a importanti problematiche locali, come la questione del lavoro e della disoccupazione, la povertà e le opera di carità, la protezione dell'ambiente, i diritti delle donne, l'ecumenismo, la costruzione della pace e la risoluzione dei conflitti. Anche il dialogo interreligioso e le relazioni cristiano-musulmane saranno trattati in occasione della "Tripoli Human Fraternity Day". (Agenzia Fides 3/10/2019)

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25 giugno 2019 - La Chiesa cattolica greco- melchita si appresta a dedicare ampio spazio della propria programmazione pastorale alla diffusione e all’approfondimento del Documento sulla Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, sottoscritto lo scorso 4 febbraio a Abu Dhabi da Papa Francesco e dallo Sheikh Ahmed al Tayyeb, Grande Imam di Al Azhar. Lo ha stabilito l’assemblea sinodale dei Vescovi greco-melchiti, riunitasi la scorsa settimana presso la sede patriarcale di Ain Traz, in Libano, sotto la presidenza del Patriarca Youssef Absi. L’intento dichiarato è quello di favorire la crescita di nuove generazioni in grado di ricostruire la convivenza tra diverse componenti sociali e religiose nei Paesi dove è presente la Chiesa melchita, spesso stravolte da conflitti e estremismi settari.

Il programma delineato dai Vescovi melchiti - come riferisce il resoconto dell’Assemblea sinodale, pervenuto all’Agenzia Fides - si declina in disposizioni concrete, che coinvolgono sia le attività accademiche che quelle più propriamente pastorali. Il Documento sulla Fratellanza umana diventerà oggetto di studio nelle scuole del Patriarcato e negli istituti teologici. Il testo verrà diffuso capillarmente tra i fedeli laici, e i suoi contenuti verranno approfonditi in incontri diocesani e parrocchiali, oltre a diventare oggetto di articoli e interviste sui media del Patriarcato e sui bollettini delle diocesi e delle parrocchie. Anche i sacerdoti verranno sollecitati a far conoscere i contenuti e gli intenti del documento di Abu Dhabi attraverso la loro predicazione ordinaria.

Durante l’assemblea sinodale, i Vescovi presenti (che erano 24, oltre il Patriarca) hanno anche delineato i passi da fare per porre in atto le misure relative alla protezione dei minori dagli abusi esposte nella Lettera apostolica di Papa Francesco Vos estis lux mundi (7 maggio 2019). Inoltre, è stato anche avviato il processo per costituire un comitato preparatorio che curerà la partecipazione e il contributo della Chiesa melchita al futuro Congresso mondiale dedicato alla vita liturgica nelle Chiese cattoliche orientali, in programma a Roma dal 18 al 20 febbraio 2022, in occasione del 25esimo anniversario della Istruzione per l’applicazione delle prescrizioni liturgiche del Codice dei Canoni delle Chiese orientali, pubblicata dalla Congregazione per le Chiese orientali nel gennaio 1996. (GV) (Agenzia Fides 24/6/2019).

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Venerdì, 17 Maggio 2019 11:28

LIBANO Ultimo saluto al card. Sfeir

17 maggio 2019 - Il Libano ha il suo ultimo saluto al cardinale Nasrallah Boutros Sfeir, Patriarca emerito di Antiochia dei Maroniti, spentosi domenica scorsa 12 maggio, a quasi 99 anni. Messa di suffragio presieduta dal card. Sandri, poi i funerali solenni

Il cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, ha presieduto una Messa di suffragio nella sede patriarcale di Bkerké. Nella sua omelia, il porporato ha detto che il patriarca Sfeir ha desiderato fortemente la pace e la riconciliazione per i cristiani e i musulmani del Libano, pregando che il Paese possa restare "un messaggio di dialogo e convivialità" come diceva Giovanni Paolo II. Nel pomeriggio di oggi, i funerali ufficiali alla presenza delle autorità politiche e religiose e di migliaia di persone, legate a Sfeir da una stima e una gratitudine profonde per la sua opera di pacificazione nei tempi più difficili del Libano. Il cardinale Sandri ….

Card. Sandri: il card. Sfeir è stato un uomo di dialogo

Raggiunto telefonicamente in Libano da Marie Duhamel della sezione francese di Vatican News, il card. Sandri si è detto ammirato dell’omaggio corale al card. Sfeir da parte di tutte le autorità, le confessioni religiose, gli ambasciatori e soprattutto dal popolo libanese

R. - È una processione continua di fedeli, di gente di tutte le classi sociali - poveri, ricchi, tutti - che viene a rendere omaggio a questo pastore. Penso che dalla vita del cardinale Sfeir si possa dedurre che prima di tutto era un uomo di Dio. Pensi che tutte le strade - le autostrade, le strade laterali - qui a Beirut sono piene di cartelloni raffiguranti il volto del cardinale, la sua fotografia, che manifestano il lutto per la sua morte. Ma ce n’è uno che in particolare mi ha emozionato: in questo manifesto si vede il cardinale sorridente, così come era lui - quindi molto low profile, molto tranquillo, molto modesto nel suo modo di fare - con il rosario in mano. Ovviamente l’ho visto morto, nella bara, con il rosario in mano, ma ciò che voglio dire è che questo uomo ha portato alla gente un’esperienza di Dio. Era una persona che camminava molto, anche a 90 anni faceva le sue passeggiate - negli ultimi tempo non le faceva più -, ma era certamente in quei momenti che aveva questo colloquio con Dio e questa era la sua forza, perché poi è stato un uomo della Chiesa, un pastore; ha visitato tutte le parrocchie e tutti i fedeli ed ha portato avanti la vita della chiesa maronita durante tutto il periodo della guerra – noi lo sappiamo bene, anni ed anni di attentati e di violenze, morte e distruzione - qui in Libano. Quando venne Papa Giovanni Paolo II sembrava che la guerra fosse finita; in seguito hanno fatto il sinodo speciale per il Libano, un sinodo dei vescovi per il Libano e poi quella famosa frase di Giovanni Paolo II: “Il Libano non è un semplice Paese, ma un messaggio“. Lì il protagonista è stato sempre, da parte della chiesa maronita, il Patriarca Nasrallah Sfeir. Quindi ho capito di più perché c’è questo omaggio, questa gratitudine da parte della gente che vuole manifestare la sua vicinanza al patriarca e a tutta la chiesa maronita. Inoltre, è stato un uomo di dialogo con i musulmani, con tutte le istituzioni della società civile, con il potere politico; è stato un uomo di incontro di dialogo – e come ho detto nell’omelia -proprio nel senso di tutte queste cose che ci insegna il caro Padre, Papa Francesco.

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30 aprile 2019 - La "kafala", strumento di oppressione per le donne africane immigrate. chiave e in modo quasi legale. È questo il destino delle donne africane immigrate in molti Paesi del Medio Oriente. Il loro sogno di una vita migliore si infrange contro la "kafala", una sorta di affido che si è trasformato in uno strumento di oppressione. Un progetto della Caritas insieme ad alcune Ong italiane sta però cercando di far uscire queste lavoratrici da una condizione di sfruttamento inaccettabile.

Il funzionamento della "kafala" è semplice: le donne che vogliono emigrare per lavoro, entrano in contatto con agenzie nella nazione dove emigreranno. Queste ultime procurano loro uno «sponsor» che permette loro di entrare nel Paese ospitante. Normalmente lo "sponsor" è il datore di lavoro, che le prende in affidamento, anticipando le spese per il permesso di lavoro ed è responsabile del visto e dello status giuridico. A questo punto le donne si ritrovano schiave.

I datori di lavoro hanno su di loro un potere che va al di là del rapporto tra titolare e dipendente. Il 65% delle lavoratrici ha avuto esperienza di lavoro forzato e schiavitù. Violenze sessuali, gravidanze indesiderate, abusi, percosse, sfruttamento sono all’ordine del giorno. I livelli salariali di questi lavoratori sono bassi, in alcuni casi meno di 200 dollari al mese. Secondo l’International Trade Union Confederation, sono oltre due milioni i migranti interessati dal fenomeno della kafala, che è comune in tutto il Medio Oriente. In particolare, in Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Iraq, Kuwait, Oman, Ma è in Libano che la kafala produce effetti negativi. Nel Paese dei cedri si stima che ne siano vittime 250mila donne immigrate, provenienti da Sri Lanka, Etiopia, Bangladesh e Filippine.

In Libano, alcune donne riescono a fuggire e trovano rifugio nei centri di accoglienza per lavoratrici migranti allestiti da Caritas. Negli shelter Olive, Pine e Laksetha è attivo un progetto portato avanti da Celim, "Comunità volontari per il mondo", Centro studi politica internazionale, Università cattolica del Sacro Cuore, Comune di Milano e "International domestic workers federation".

"I nostri operatori - spiegano a Fides i responsabili di Celim - lavorano per restituire un’esistenza dignitosa alle donne fuggite dai loro carnefici. Viene offerta una protezione in anonimato. Sono distribuiti pasti caldi e offerta assistenza medica, psicologica e legale. Nei centri di accoglienza tante donne ritrovano la loro identità e poco alla volta anche un po’ di speranza".

Insieme alla prima accoglienza e all’assistenza in Libano, il progetto prevede un percorso di rimpatrio volontario e di reinserimento nei Paesi di origine. "In tre anni - continuano i responsabili di Celim -, intendiamo ospitare e aiutare oltre 1.500 donne negli shelter di Beirut e 30.000 detenute nella prigione di Adlieh". Parallelamente, in Etiopia si organizzano corsi di formazione professionale, per far conoscere i diritti ai migranti in modo da permettere loro di costruirsi una vita con le proprie risorse.

L’obiettivo di fondo è la riforma radicale del sistema. Secondo l'Ong Human Rights Watch, in tutto il Medio Oriente "deve essere modificata per permettere ai lavoratori di cambiare impiego o rientrare nei propri Paesi anche senza il permesso del datore di lavoro. I Paesi del Medio Oriente (e quelli del Golfo in particolare) dovrebbe riconoscere il ruolo cruciale dei lavoratori migranti nelle loro economie e adottare delle misure perché i loro diritti vengano pienamente garantiti". (EC) (Agenzia Fides 30/4/2019)

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28 marzo 2019 - Un canale televisivo nato per servire “la gloria di Dio e la crescita della Santa Chiesa”. E’ questo l’impegnativo e altisonante biglietto da visita con cui è stata presentata Suboro TV, il canale televisivo del Patriarcato siro ortodosso di Antiochia, la cui sede libanese è stata inaugurata lunedì 25 marzo, nel giorno della Solennità liturgica mariana dell’Annunciazione del Signore. “Suboro” è la parola siriaca che indica anche l'Annunciazione dell'Angelo a Maria. E la solennità cristiana dell'Annunciazione viene celebrata in Medio Oriente – soprattutto in Libano – anche da molti musulmani.

L’inaugurazione della sede della rete tv è culminata con la benedizione degli studi televisivi da parte di Ignatios Aphrem II, Patriarca di Antiochia dei siro-ortodossi. Alla cerimonia inaugurale hanno preso parte, tra gli altri, anche Aram I, Catholicos armeno apostolico della Gran Casa di Cilicia, e Ignace Youssif III Younan, Patriarca di Antiochia dei siro-cattolici. La cerimonia d’inaugurazione ha incluso anche una presentazione dei palinsesti della nuova rete televisiva.

Il Patriarca Ignatios Aphrem II, nel suo discorso inaugurale, ha sottolineato che Suboro TV "Voce di Antiochia", avrà il compito di “diffondere la buona notizia che il Signore Gesù ha chiamato i suoi discepoli a portare al mondo intero, la buona notizia della salvezza degli uomini”, e potrà anche esprimere “l'autenticità del nostro patrimonio spirituale”, proprio della “sede apostolica istituita da San Pietro in Antiochia". Suboro TV dedicherà particolare spazio alle notizie sulle attività delle Chiese in tutto il mondo.

La prima proposta di creare una rete televisiva collegata al Patriarcato siro ortodosso era già emersa durante il Sinodo della Chiesa siro-ortodossa nel 2009, ed era stata rilanciata durante il Sinodo del 2015. Il Patriarcato siro ortodosso, pur prendendo atto che già esistono molte reti televisive siriache, ha voluto ispirare la nascita di un nuovo canale tv come emittente direttamente collegata con la Chiesa, e non riconducibile a visioni o agende politiche parziali di singoli gruppi e sigle siriaci. Il progetto iniziale di Suboro TV prevede l’apertura di studi televisivi anche in Germania, la presenza di corrispondenti in Siria, Iraq, Turchia e presso le più consistenti comunità della diaspora siro-ortodossa sparse in Occidente. (GV) (Agenzia Fides 27/3/2019)

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23 febbraio 2019 - Il Patriarca maronita Boutros Bechara Rai intervenuto nel dibattito riapertosi nella società libanese in merito al riconoscimento giuridico del matrimonio civile, e le espressioni interlocutorie da lui utilizzate vengono interpretate da molti come un segnale di disponibilità a approfondire la discussione senza chiusure pregiudiziali.

Nelle sue dichiarazioni, arrivate venerdì 22 febbraio dopo un incontro tra il Patriarca Rai e il Presidente libanese Michel Aoun, il Primate della Chiesa maronita ha riferito di non essere assolutamente contrario a una legge che riconosca il matrimonio come vincolo di carattere civile. Un riconoscimento giuridico del carattere civile del matrimonio che dovrebbe valere per tutte le unioni coniugali, e non essere considerato facoltativo. "Non esiste” ha rimarcato su questo punto il Patriarca Rai “una cosa chiamata legge facoltativa: la prima caratteristica di una legge è che è vincolante. Rendendola facoltativa, il Paese apparirebbe frammentato e comincerebbero ad emergere problemi". Se invece si introduce una legge obbligatoria per attestare e sancire la natura del matrimonio – e di ogni matrimonio - come vincolo civile, “poi sarebbe mio dovere di Patriarca – ha aggiunto il Primate della Chiesa maronita “spiegare ai maroniti che il matrimonio, è uno dei sette sacramenti della Chiesa, da celebrare se vogliono vivere in maniera autentica il loro cristianesimo". E questo perché spetta a ognuno la responsabilità di prendere in coscienza le proprie decisioni davanti a Dio, visto che “è Dio, non io, che giudica le azioni".

Anche in passato, a più riprese, il Patriarca Rai – creato Cardinale nel 2012 da Papa Benedetto XVI – aveva espresso il suo parere a favore di una legge sul “matrimonio civile obbligatorio” per riconoscere gli effetti civili di tutte le unioni coniugali libanesi, a prescindere dalla confessione religiosa di appartenenza. Nelle sue nuove dichiarazioni, il Patriarca ha respinto anche le polemiche di chi sostiene che gerarchie religiose libanesi si oppongono alla regolamentazione legale del matrimonio civile per non dover rinunciare ai contributi economici riscossi per celebrare e registrare i matrimoni religiosi.

l'eventuale approvazione di una legge sul matrimonio civile in Libano comporterebbe necessariamente un emendamento all'articolo 9 della Costituzione, secondo cui lo status personale di ogni libanese è regolato secondo le disposizioni e prassi giuridiche della propria comunità religiosa di appartenenza.

Come riferito dall’Agenzia Fides la questione della legalizzazione del matrimonio civile è tornata a animare il dibattito pubblico libanese dopo le recenti dichiarazioni di Raya Hassan, ministro degli Interni del nuovo governo Hariri, che nei giorni scorsi ha riferito di voler fare spazio a tale istituto giuridico nella legislazione libanese, auspicando un dibattito approfondito su tale questione. La chiusura più netta davanti alle sollecitazioni della Ministra Raya Hassan è arrivata da Dar Al Fatwa, l’istanza più autorevole dell’islam sunnita libanese, che ha riaffermato la propria opposizione ribadendo che la proposta del matrimonio civile “contraddice in maniera radicale” le leggi sul matrimonio ispirate alla Sharia. Ma anche membri in vista delle comunità ecclesiali libanesi avevano a stretto giro riaffermato che su questo punto cristiani e musulmani libanesi sono uniti, e che la Chiesa cattolica non può appoggiare una legislazione che non riconosce il matrimonio come sacramento.

In Libano convivono 18 diverse confessioni religiose, e ogni comunità di fede regola secondo le proprie tradizioni specifiche la legislazione relativa alle unioni coniugali.

Finora, le coppie libanesi che vogliono celebrare il proprio matrimonio con rito civile ricorrono all'escamotage di sposarsi civilmente a Cipro per poi far registrare in Libano la propria unione. (GV) (Agenzia Fides 23/2/2019).

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