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20 dicembre 2019 - Vescovo di Aleppo: comunità indebolite da egoismo dei singoli. Gesù Bambino venne al mondo in un momento storico lacerato da violenze, privazioni e sofferenze, simili a quelle che oggi affliggono i siriani e altri popoli del Medio Oriente. La luce della sua speranza si è accesa nelle tenebre, e può illuminare anche oggi le vite reali delle persone che vivono tra gli affanni di questi tempi difficili. Invece, tanti cristiani anche in Siria si lasciano guidare dall’egoismo e usano anche la comunità ecclesiale come una specie di rete assistenzialista da sfruttare, una agenzia al servizio dei propri interessi privati. E questo individualismo egoista rappresenta un’insidia subdola che indebolisce e spegne dall’interno la vita delle comunità cristiane mediorientali nel tempo presente. Così scrive il Vescovo Georges Abou Khazen ofm, Vicario apostolico di Aleppo per i cattolici di rito latino, in una lettera di Natale piena di considerazioni tanto insolite quanto avvedute in merito alla attuale condizione dei cristiani in Medio Oriente.

Duemila anni fa – riferisce il Vescovo francescano all’Agenzia Fides, illustrando i passaggi chiave della sua lettera natalizia – Gesù è venuto in un mondo segnato da fenomeni e condizioni non molto diverse rispetto a quelle in cui viviamo oggi: crisi, conflitti, guerre. Miseria e carestie. Anche a quel tempo c’erano i flussi migratori in Egitto, verso Roma, o verso la Mesopotamia: E allora, con quale coraggio gli angeli poterono accogliere la nascita di Gesù cantando la gloria a Dio nei cieli e la pace in terra agli uomini? Fu possibile proprio perché la nascita di Dio fatto uomo non era una favola, e non era una fake news. Era un evento reale, che stupì e cambio i cuori dei pastori accorsi a vedere Gesù Bambino, e li spinse a raccontare agli altri quello che avevano visto”.

La novità entrata nel mondo con l’incarnazione di Cristo – aggiunge il Vicario apostolico di Aleppo – è una promessa di salvezza che va verso il suo compimento attraversando difficoltà, resistenze, scetticismi e indifferenze di di cui è piena la storia umana degli uomini. E lungo il cammino, il miracolo che può sorprendere il mondo è sempre quello della speranza accesa nei cuori toccati e liberati dalla grazia di Cristo, anche quando le condizioni storiche sono segnate da sofferenze e miserie. A questo riguardo, il Vescovo Georges introduce preziosi accenni alla condizione attuale delle comunità cristiane locali. Considerazioni che si allontanano dagli stereotipi prevalenti nel mainstream mediatico globale.

Al momento della nascita di Gesù – fa notare il Vicario apostolico di Aleppo – gli angeli non annunciarono quell’evento mirabile a un singolo individuo, ma a una comunità di pastori. Lungo tutta la storia, lo stupore davanti all’avvenimento cristiano unisce le persone, e le trasforma in comunità. Guardando al presente, il Vescovo francescano ricorda che tante ragioni e tanti problemi, legati anche al conflitto siriano, hanno contribuito a indebolire le comunità cristiane locali negli ultimi anni. Ma poi indica come fattore determinante di tale indebolimento l’attitudine di molti a considerare la comunità come una specie di organizzazione al servizio dei suoi interessi personali. “Con grande dolore” scrive il Vescovo Georges “registro il venir meno del senso di appartenenza comunitario in un certo numero di adulti, che purtroppo trasferiscono questa mentalità ai loro figli. Noi apparteniamo alla Chiesa. Se la Chiesa rimane unita, le porte dell’inferno non prevarranno. E nella comunità cristiana ogni persona è attenta al bene degli altri, prima che al proprio interesse”. Invece, fuori da tale esperienza, ogni singolo individuo diventa più fragile e vulnerabile, in balia anche di strumenti di comunicazione sociale (il Vescovo fa esplicitamente l’esempio degli smartphone) che non servono a avvicinare le persone, ma finiscono per isolare ogni singolo nella sua solitudine individualista.

Guardando con sofferenza a tali processi di disgregazione, il Vescovo Abou Khazen augura a tutti che proprio il Natale che viene diventi anche occasione di conversione interiore, “per rimuovere tutte le idee egoistiche e individualistiche che sono state instillate in noi”. L’unità delle comunità cristiane – rimarca il Vicario apostolico di Aleppo - è una testimonianza sorprendente per tutti quelli che, guardando i cristiani in comunione tra loro, possono esclamare: “guarda come si amano!” “È un miracolo”, aggiunge il Vescovo Georges, “il miracolo dell'amore. Non possiamo raggiungerlo da soli, ma per grazia di Dio. ‘Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi’, dice Gesù- Dobbiamo chiedere questa benedizione, cercarla attraverso piccole iniziative e semplici gesti. Nello spirito della comunità, ci sentiamo al sicuro. E anche la sofferenza che stiamo vivendo in questi tempi si stempera”. Anche quando venne al mondo Gesù - conclude il pastore della comunità cattolica aleppina di rito latino - “la gente camminava nel buio, distratta, e la luce divina, la luce della fede, li attirò insieme e li riunì. Spero che anche noi possiamo vedere questa luce e unirci insieme sotto lo stendardo di Cristo, il Salvatore del mondo”. (GV) (Agenzia Fides 19/12/2019)

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Mercoledì, 04 Dicembre 2019 18:37

LIBANO 1500 Rifugiati siriani lasciano il Paese

4 dicembre 2019 - Le operazioni di “rimpatrio volontario” si sono svolte attraverso i valichi di frontiera di Masnaa, Qaa, Abboudiyé e Zamrani. Damasco ha collaborato con le autorità di Beirut. Prima di partire i bambini sottoposti a vaccinazione. Nel momento di massima crisi quasi due milioni i profughi accolti nel Paese dei cedri.

Circa 1500 rifugiati siriani hanno lasciato ieri il Libano, nel quadro delle operazioni supervisionate dalla sicurezza generale, in collaborazione con il governo del presidente Bashar al-Assad. Le operazioni di rimpatrio, avviate da tempo ma che sinora hanno trovato scarsa applicazione, sono avvenute attraverso i valichi di frontiera di Masnaa, Qaa, Abboudiyé e Zamrani. 

Negli ultimi anni anche la Chiesa libanese aveva lanciato a più riprese il pericolo di una gravissima crisi economica, politica e sociale per il Paese, legata alla presenza dei profughi dimenticati come i libanesi”. Nel momento di maggiore criticità, il Paese dei cedri aveva accolto quasi due milioni di persone in fuga da guerra e povertà, a fronte di una popolazione di circa 4,4 milioni di abitanti.

Secondo una nota diffusa nel pomeriggio dalla direzione generale della Sicurezza generale, che si occupa delle operazioni di rimpatrio, “un totale di 1498 rifugiati sono rientrati in Siria” nel contesto di una operazione di “rimpatrio volontario”. L’iniziativa si è svolta con la cooperazione dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr). 

L’agenzia ufficiale Ani riferisce che un gruppo di 500 rifugiati siriani è rientrato dalla Békaa. Altri 300 sono passati attraverso il valico frontaliero di Joussiyé e 200 dagli insediamenti nel villaggio di Ersal. Decine di famiglie hanno lasciato il villaggio di Qaa. A questi si aggiunge il gruppo partito da Bourj Hammoud, a Beirut. 

Sempre nella capitale, un gruppo formato da 71 famiglie si è ritrovato presso la cittadella dello sport e da qui è stata trasportata verso il confine a bordo di autobus verdi, forniti dal governo siriano. Un altro manipolo di 25 rifugiati ha lasciato Nabatiyé, nel Libano del sud, sotto la supervisione dell’esercito. Movimenti si registrano anche nel nord, con un gruppetto - il numero non è specificato - che ha lasciato Tripoli per rientrare nel Paese di origine. 

Prima di mettersi in viaggio, i bambini sono stati sottoposti al ciclo vaccinale sotto la supervisione del ministero libanese della Sanità

Sempre nel nord, diverse famiglie di rifugiati stanziati da tempo nei villaggi della regione hanno superato la frontiera di Abboudiyé, sfruttando per le operazioni di rientro i mezzi messi a disposizione da Damasco. 

Asianews

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17 ottobre 2019 - ll Consiglio delle Chiese del Medio Oriente esprime dolore e apprensione per le vittime degli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine verificatisi di recente in Iraq, così come per l’offensiva militare guidata dalla Turchia nelle regioni della Siria nord- orientale, che potrebbe avere “gravi ripercussioni sulla integrità territoriale” di quel Paese e aggravare le emergenze umanitarie rappresentate da milioni di rifugiati e sfollati presenti nell’intera regione.

In un comunicato diffuso dagli organi ufficiali del MECC, i responsabili dell’organismo ecumenico invocano con la preghiera “la fine di ogni forma di violenza e che sia garantita la tutela della dignità umana di tutti", riaffermando nel contempo “il diritto dei popoli all'autodeterminazione, in linea con l'arabità e i valori dell'amore, della giustizia, dei diritti umani e della responsabilità comune nella costruzione della pace”.

Il comunicato del MECC si conclude con un richiamo alle coscienze di tutti, affinché le parti coinvolte fermino “il ciclo della guerra e della violenza nella regione benedetta dell'Oriente”.

Il Consiglio delle Chiese del Medio Oriente, fondato nel 1974 a Nicosia e attualmente con sede a Beirut, ha lo scopo di facilitare la convergenza delle comunità cristiane mediorientali su temi di comune interesse e favorire il superamento di contrasti di matrice confessionale.

La professoressa Souraya Bechealany, cristiana maronita, docente di teologia presso la Université Saint-Joseph de Beyrouth, è stata eletta Segretario generale del MECC nel gennaio 2018, e ha intrapreso insieme ai suoi collaboratori un processo di ristrutturazione dei dipartimenti dell’organismo ecumenico (GV) (Agenzia Fides 16/10/2019)

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Lunedì, 07 Ottobre 2019 18:11

SIRIA I bambini nel dramma della guerra

7 ottobre 2019 – Una infanzia fra angoscia, amarezza e preoccupazione. Così scrive l’arcivescovo maronita di Damasco, mons. Samir Nassar. La Turchia è pronta a lanciare una imponente offensiva miliare “a est dell’Eufrate”, con l’obiettivo di creare una zona sicura nel nord del Paese e favorire il rientro - su base volontaria - dei rifugiati siriani oggi oltreconfine. Ma il vero obiettivo delle truppe di Ankara - che sembra aver ricevuto il nulla osta dagli Stati Uniti, che a breve avvieranno le operazioni per il ritiro - sono le forze curde dell’Ypg, protagoniste della lotta contro lo Stato islamico (SI, ex Isis) a fianco degli Usa.

Questa mattina il presidente Recep Tayyip Erdogan ha dichiarato di non tollerare più “le minacce dei gruppi terroristi” [leggi i curdi] e “presto muoverà all’interno del territorio siriano”. Le parole del leader di Ankara giungono al termine di un colloquio con l’inquilino della Casa Bianca, durante il quale si è discusso dell’operazione. Al riguardo, Donald Trump ha precisato che “le forze statunitensi non sosterranno, né saranno coinvolte nell’operazione e le truppe Usa non saranno più nelle immediate vicinanze”.

Dopo l’offensiva dell’esercito di Damasco - sostenuta dall’alleato russo - su Idlib, ultima roccaforte di gruppi ribelli e jihadisti nel Paese, l’annunciata operazione militare di Ankara rischia di aprire un nuovo fronte di crisi, aggravando l’emergenza umanitaria. Una situazione che preoccupa le organizzazioni umanitarie e pro diritti umani, mentre le diplomazie internazionali guardano all’incontro di fine mese del neonato Comitato costituzionale.

Sul dramma della popolazione siriana, e le conseguenze per i bambini, prime vittime del conflitto, AsiaNews ha raccolto una testimonianza dell’arcivescovo maronita di Damasco, mons. Samir Nassar. Ecco quanto ci ha scritto:

Uno sguardo inquieto

Il dramma siriano si legge in tutta la sua portata nello sguardo dei bambini, che riflettono un vissuto così duro e amaro.

Questi bambini, nati e cresciuti durante la guerra, ci dicono molte cose sul calvario durissimo che hanno dovuto sopportare a forza. Ormai da nove anni, con aiuti scarsi o pressoché nulli.

Prima dell’inizio delle violenze, nel 2011, i bambini siriani guardavano alla vita con grande gioia e speranza: ora gli stessi volti esprimo angoscia, amarezza e preoccupazione.

Angoscia: davanti alla morte dei genitori, degli amici e dei vicini. La destabilizzazione continua della vita quotidiana e le ondate che continuano di esodo forzato. Angoscia al cospetto della enorme violenza senza misericordia e l’instabilità quotidiana.

Amarezza: nello sguardo dei bambini, davanti all’indifferenza del mondo intero, alla dimenticanza, all’abbandono. La mancanza assoluta di solidarietà, davanti alle miserie e alla enorme povertà. Amarezza pensando alle scuole in rovina, al collasso del sistema educativo che soffoca i sogni di questi bambini.

Preoccupazione: di fronte all’estrema incertezza per il futuro, alla mancanza di prospettive, al moltiplicarsi dei problemi sociali che spezzano famiglie già di per sé fragili e indebolite dalla crisi economica, dalla mancanza di prospettive future. Per l’emarginazione di quanti sono fra i più poveri della terra. Cosa resta del loro futuro?

Cosa possiamo fare per restituire il sorriso sui volti di quei bambini? Come possiamo curare le loro ferite e permettere a questi cuori così puri di dimenticare gli incubi di una guerra così crudele? Forse dovremmo dire loro di far morire la speranza, povere anime innocenti?

Questo quesito diventa una priorità, che tutte le persone di buona volontà devono affrontare e cercare di risolvere. A questo, bisogna aggiungere una vera pedagogia del perdono, per assicurare una reale riconciliazione e perdono fra tutte le parti.

“Lasciate che i bambini vengano a me…” Mt 191,14.

* Arcivescovo maronita di Damasco

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22 luglio 2019 - Lettera di Papa Francesco ad Assad. Tra le tante leadership mondiali, come al solito, è Papa Francesco a mostrare maggiore preoccupazione per il dramma del popolo siriano e del Medio Oriente in generale.

Aiuto alla Chiesa che Soffre accoglie con gioia la notizia dell’incontro di questa mattina a Damasco tra il Cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, accompagnato dal nunzio apostolico in Siria, il cardinale Mario Zenari, con Bashar Hafez al-Assad. Come informa la Santa Sede, durante l’incontro, il cardinal Turkson ha consegnato al presidente siriano una lettera del Santo Padre, «che esprime la profonda preoccupazione di Sua Santità Papa Francesco per la situazione umanitaria in Siria, con particolare riferimento alle condizioni drammatiche della popolazione civile ad Idlib».

Nella riservatezza che doverosamente le attività diplomatiche impongono, Papa Francesco richiama l’attenzione del Capo di Stato siriano alle estreme sofferenze del suo popolo e al tempo stesso ricorda ai leader mondiali e a noi tutti che il conflitto in Siria è tutt’altro che terminato. Nonostante l’attenzione dedicata dai media internazionali e dell’opinione pubblica in generale vada drasticamente scemando, dopo otto anni di guerra la situazione rimane drammatica. E se in molte zone tacciono le armi, il grido disperato della miseria non si arresta. Se dalle bombe si può cercare riparo, nessuno sfugge alla gravissima povertà che, come notano numerosi esponenti delle Chiese locali, trova una colpevole aggravante nelle sanzioni economiche internazionali imposte alla Siria.

Nel Paese mancano le medicine, mentre nella provincia di Idlib i bambini muoiono. E il nostro pensiero va a quei sacerdoti coraggiosi che non abbandonano le aree in difficoltà. Come padre Hanna Jallouf, francescano della Custodia di Terra Santa, che si trova tuttora nel governatorato di Idlib dove opera a beneficio delle persone di ogni fede.

Aiuto alla Chiesa che Soffre non si rassegna all’indifferenza e alla sempre minore attenzione mondiale al contesto siriano. E assicura che continuerà sempre a rispondere alle tante richieste di aiuto provenienti dal martoriato Paese mediorientale con iniziative concrete, quale la campagna di raccolta fondi lanciata pochi giorni orsono per donare pacchi viveri e medicine ad Aleppo e Damasco

Zenit

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La settimana della Notte dei Testimoni, dal 12 al 19 marzo organizzata dall’Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs) organizza in Francia, Lussemburgo e Italia una serie di incontri di testimonianza e di preghiera. Giunta quest’anno alla decima edizione, la “Notte dei Testimoni” vede “la partecipazione di testimoni di rilievo giunti per l’occasione dai Paesi in cui i cristiani sono vittime di persecuzioni e gravi violazioni della libertà religiosa”. Tra i grandi testimoni di quest'anno, suor Mona Aldhem, una suora siriana delle Suore della Carità che aiuta i suoi concittadini a ricostruire. La veglia nella Cattedrale di Notre-Dame, era presieduta da Monsignor Michel AUPETIT.

Tre testimoni di quest'anno per condividere le realtà dei loro paesi, Monsignor Theodore Mascaranhas, Segretario generale della conferenza episcopale indiana, che affronta l'inquietante ascesa del nazionalismo indù, Monsignor Fridolin Ambongo, nuovo arcivescovo di Kinshasa , che vuole stabilire la pace in un paese dove lo stato sta lottando per prendere possesso del suo territorio, e Suor Mona Aldhem, che nella periferia di Damasco e poi nel sud-ovest siriano è impegnata nella ricostruzione.

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29 gennaio 2019 – Parla il Card. Zenari, Nunzio apostolico. Dopo il conflitto che ha dilaniato la Siria per 7 anni, la componente cristiana della popolazione siriana è probabilmente scesa intorno al 2 per cento. E la presenza cristiana in Medio Oriente corre il rischio di estinguersi non tanto perché vengono distrutte le chiese, ma perché gli uomini emigrano all’estero, mentre le famiglie con un coniuge cristiano e uno musulmano seguiranno la religione islamica. Così il Cardinale Mario Zenari, Nunzio apostolico in Siria, ha delineato in maniera sintetica l’attuale momento critico attraversato delle comunità cristiane presenti in Siria dai tempi della prima predicazione apostolica. Lo riferisce il blog dell’Ambasciata di Ungheria presso la Santa Sede, nel breve rendiconto relativo alla visita compiuta nei giorni scorsi dal Nunzio apostolico in Ungheria.

Le considerazioni sulla attuale condizione delle comunità cristiane in Siria sono state espresse dal Cardinale Zenari nel corso di un convegno organizzato nell’aula magna dell’Università Cattolica Péter Pázmány (PPKE) di Budapest, in collaborazione con la Segreteria per l’Aiuto ai Cristiani Perseguitati ed il programma Hungary Helps del Governo ungherese. Il porporato, accennando all’esodo dei cristiani, ha riferito che dopo la seconda guerra mondiale essi costituivano ancora il 25% della popolazione siriana, percentuale che era scesa al 6% prima del conflitto. Tra le cause di tale diminuzione, il Nunzio ha fatto cenno anche al basso tasso di denatalità delle famiglie cristiane.

All’evento organizzato presso l’Ateneo di Budapest ha preso parte anche Tristan Azbej, Segretario di Stato per l’Aiuto ai cristiani perseguitati e Balázs Orbán, Segretario di Stato alla Presidenza del Consiglio ungherese.

Nel suo intervento, Azbej ha sostenuto che “ci sono diverse risposte nel mondo alla grande sfida della nostra epoca: la crisi economica, umanitaria e quella delle migrazioni, e noi riteniamo che le soluzioni scelte dai governi occidentali non siano soddisfacenti. Loro – ha aggiunto il rappresentante ungherese - hanno scelto di appoggiare le migrazioni, invitando le persone a lasciare la loro terra d’origine, mentre l’Ungheria sostiene, al contrario, che è interesse precipuo di ogni persona poter rimanere nella propria patria”.

La visita del Cardinale Zenari in Ungheria ha avuto come motivazione principale il lancio ufficiale dell’intervento di sostegno offerto dal governo ungherese a favore del Programma “Ospedali Aperti”, per finanziare le cure mediche di circa 4500 pazienti in strutture sanitarie siriane nell’arco di un anno. Il 22 gennaio è stato lo stesso Primo Ministro ungherese Viktor Orbán a consegnare al Cardinale Mario Zenari (vedi foto) il documento ufficiale di concessione del contributo ungherese di un milione e mezzo di euro al Programma “Ospedali Aperti”, gestito dalla Fondazione AVSI. (GV) (Agenzia Fides 28/1/2019).

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Giovedì, 20 Dicembre 2018 20:22

SIRIA Ritiro truppe USA “Meglio così”

20 dicembre 2018 - Il Vescovo Abou Khazen: “Siamo sempre contenti quando forze e gruppi armati stranieri si ritirano, liberano il campo e lasciano ai siriani la responsabilità e la libertà di affrontare e risolvere i propri problemi”. Così il Vescovo Georges Abou Khazen ofm, Vicario apostolico di Aleppo per i cattolici di rito latino, commenta le notizie sulla decisione del Presidente USA Donald Trump di avviare – nonostante le resistenze del Pentagono - il ritiro delle forze militari statunitensi presenti in Siria.

Il Vescovo francescano fa notare che “comunque ci sono delle incognite. Cosa accadrà ora ai curdi? Quale pretese avanzerà la Turchia nei loro confronti? Gli USA” rimarca il Vicario apostolico di Aleppo in una conversazione con l'Agenzia Fides “stanno abbandonando i curdi, dopo averli usati. Non sappiamo cosa potrà comportare per loro questa scelta”.

Intanto Russia, Turchia e Iran puntano a fornire appoggio e copertura internazionale alla creazione di un Comitato costituzionale incaricato di dare alla Siria una nuova Costituzione e avviare sotto l'egida delle Nazioni Unite una riforma istituzionale che stabilizzi la fine del conflitto a coinvolga nei processi politici anche gruppi di opposizione. La prima sessione del Comitato costituzionale per la Siria potrebbe essere convocata all'inizio del 2019, secondo gli auspici espressi dai ministri degli esteri turco, russo e iraniano, incontratisi a Ginevra il 18 dicembre (anche se l'inviato speciale dell'Onu per la Siria, Staffan de Mistura, ormai alla fine del suo mandato, continua a esprimere riserve sulla possibilità di far partire in tempi brevi un processo costituzionale davvero inclusivo). “Anche sull'ipotesi del Comitato per la nuova Costituzione – osserva il Vescovo Georges Abou Khazen – non erano chiare le posizioni e gli intenti degli USA. Non si riusciva a capire se, e in che modo, gli Stati Uniti fossero disposti ad appoggiare il processo di ricostruzione nazionale. Il ritiro delle truppe USA dalla Siria potrebbe chiarire la situazione anche a questo livello”.

Il Presidente Usa Donald Trump ha firmato lo scorso 11 dicembre anche l' "Iraq and Syria Genocide Relief and Accountability Act of 2018", la legge che definisce come “Genocidio” la serie di crimini perpetrati negli ultimi anni da gruppi jihadisti su cristiani e yazidi in Iraq e Siria, impegnando il governo degli Stati Uniti a fornire assistenza umanitaria ai gruppi vittime delle violenze e a perseguire i responsabili e gli esecutori delle efferatezze. La legge da impulso all'assistenza finanziaria USA per progetti umanitari, di stabilizzazione e di ricostruzione a favore delle minoranze religiose in Iraq e in Siria, ed è stata accolta con entusiasmo da esponenti di Chiese mediorientali. Su questo punto il Vicario apostolico di Aleppo esprime considerazioni di altro tenore: “L'Iraq e la Siria” riferisce a Fides il Vescovo Georges Abou Khazen “sono Paesi che potrebbero essere ricchi. Non abbiamo bisogno dei soldi degli altri. Abbiamo bisogno della pace. Agli altri chiediamo di non fomentare le guerre, e con la pace potrà migliorare la condizione anche economica di tutto il popolo, compresi i cristiani. Per questo preghiamo che questo Natale porti la pace in tutta la Siria, come la portò due anni fa per la città di Aleppo”. (GV) (Agenzia Fides 20/12/2018).

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Martedì, 30 Ottobre 2018 20:44

SIRIA Riapre il museo nazionale di Damasco

29 ottobre 2018 - Mons. Audo, vescovo siriano: un “segnale positivo” per i siriani e per la comunità internazionale. Chiuso dal 2012, al suo interno custodiva migliaia di reperti e manufatti antichi. Ministro siriano: il patrimonio culturale “non è stato distrutto” dal terrorismo. Ma le priorità restano la povertà e la migrazione giovanile.

La riapertura del museo nazionale a Damasco è ha un “significato importante” per tutto il Paese, perché sembra testimoniare che in Siria “si vede la fine di questa grande crisi” anche se molti passi “restano ancora da fare”. È quanto afferma ad AsiaNews mons. Antoine Audo, vescovo caldeo di Aleppo ed ex-presidente di Caritas Siria, secondo cui “a livello internazionale” - come conferma l’incontro del fine settimana a Istanbul - emergono elementi positivi per una fine del conflitto.

“Questa apertura - prosegue il prelato - è uno dei segnali che sembrano rafforzare l’obiettivo di ricostruzione che ha preso il via nell’ultimo periodo. Esso è un segnale positivo all’interno e verso l’esterno. Non è ancora il tempo di celebrare la fine della guerra, ma qualcosa si muove davvero in una prospettiva di reale cambiamento”.

Il 28 ottobre scorso a Damasco si è tenuta la cerimonia inaugurale per la riapertura di (parte) del museo nazionale, inaugurato nel 1920 e chiuso da oltre sei anni a causa delle violenze e delle devastazioni della guerra in Siria. Nel 2012 i responsabili del centro avevano disposto il blocco per proteggere i manufatti e le antichità presenti al suo interno da danni, saccheggi e devastazioni.

All’epoca la gran parte dei tesori erano stati evacuati in gran segreto e messi al riparo in diverse località sparse per il Paese, nei territori rimasti sotto il controllo governativo. La scelta di riaprire è la conferma dei tentativi di stabilizzazione promossi dal presidente Bashar al-Assad e dall’esecutivo, per mostrare al mondo un (seppur lento) ritorno alla normalità.

Il ministro siriano della Cultura Mohamed al-Ahmad sottolinea che la riapertura del museo è un “messaggio sincero” al mondo che l’immenso patrimonio culturale, storico e artistico del Paese non è stato distrutto dal “terrorismo”. Ieri si è registrata la riapertura di una parte della struttura, ma l’obiettivo è quello di tornare alla piena funzionalità in breve periodo. “Metteremo in mostra - spiega il vice-direttore Ahmad Deeb - una parte dei manufatti che vanno dalla preistoria all’epoca classica e islamica”.

Il giardino del museo è rimasto aperto per tutta la durata della guerra, ma l’edificio è stato chiuso in concomitanza con i primi lanci di razzi dei ribelli sulla capitale. A inizio mese i responsabili del settore cultura avevano organizzato una mostra di reperti e antichità all’interno del Teatro dell’opera di Damasco.

In Siria vi sono oltre 700 siti archeologici di primaria importanza, moti dei quali sono stati distrutti, danneggiati o saccheggiati in questi anni di guerra. Entrambe le parti in lotta sono state accusate di violazioni, anche se a trarne i maggiori profitti sono stati i gruppi ribelli e jihadisti che nel commercio di manufatti e antichità hanno trovato una fetta consistente di finanziamenti.

Il caso più famoso di devastazione ha riguardato la città di Palmira, patrimonio Unesco, conquistata dallo Stato islamico (SI, ex Isis) che ha decapitato il locale direttore delle antichità e utilizzato la piazza centrale per le esecuzioni. Solo grazie all’intervento dei russi l’area è tornata sotto il controllo dell’esercito governativo.

Il museo nazionale di Damasco, sottolinea mons. Audo, “è un centro importantissimo a livello culturale per il Paese. Riaprirlo significa cercare di sanare una delle molte ferite aperte da questa guerra sanguinosa, anche se oggi altre restano le priorità: combattere la povertà, superare la questione della migrazione fra i giovani e per questo serve l’aiuto della comunità internazionale”.

Il “rinascimento culturale è ancora lontano”, ma come Paese possiamo dire che ci stiamo muovendo” conclude il vescovo, e anche Aleppo vuole fornire il suo contributo. “Qui da noi abbiamo un coro di una ventina di giovani, guidati da un maestro di alto profilo che ha appena compiuto una tournée in Francia. Attraverso il canto hanno voluto dare un segnale di presenza, di vitalità e di ripresa a dispetto e oltre la guerra. Il Paese deve continuare a camminare”. (Asianews)

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3 luglio 2018 - Smentite le voci di trasferimento in Libano. Il Patriarcato siro ortodosso di Antiochia ha ufficialmente sconfessato voci e ricostruzioni giornalistiche che prefiguravano un imminente trasferimento della sede patriarcale da Damasco a Atchaneh, in Libano. Il Patriarcato siro ortodosso – ha riferito l'ufficio comunicazione dello stesso Patriarcato - rimarrà in Siria, nonostante i molti fattori che durante i sette anni di conflitto siriano inducevano a trasferire la sede patriarcale in altri Paesi.

Ad alimentare le indiscrezioni su un possibile spostamento in Libano del Patriarcato siro ortodosso ha concorso anche la recente inaugurazione di una sede distaccata del Patriarcato ad Atchaneh, nel Paese dei Cedri. La sede patriarcale antiochena, di cui porta il titolo anche il Patriarcato di Antiochia dei siro ortodossi, è sempre stata collocata nella capitale della Siria, prima ad Antiochia (ora in territorio turco) e poi a Damasco. Un presidio del Patriarcato siro ortodosso – fanno notare i responsabili della comunicazione patriarcale – è stato aperto in Libano fin dagli anni Settanta del secolo scorso, con lo scopo principale di assicurare il servizio pastorale ai siro ortodossi presenti in quel Paese. Il Libano rappresenta una parte inseparabile dei territori di radicamento storico delle comunità siro ortodosse. L'inaugurazione di un nuovo centro patriarcale siro ortodosso in Libano – rimarcano le fonti dello stesso Patriarcato – rappresenta secondo il Patriarca siro ortodosso Mar Ignatios Aphrem II “una risposta a tutti quelli che hanno operato per indebolire la presenza cristiana in Medio Oriente”.

Nel contempo, l'iniziativa intrapresa dalla Chiesa siro ortodossa per istituire una Università privata (la Akhtal Private International University, a Qamishli, nella provincia siriana nord-orientale di Hassakè, con una sede succursale a nel villaggio di Maarat Saidnaya, dove si trova il monastero di Sant'Efrem, sede del Patriarcato siro ortodosso) conferma indirettamente che non vi è nessun progetto mirante a trasferire la sede principale del Patriarcato fuori dai confini siriani. (GV) (Agenzia Fides 2/7/2018)

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