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Lunedì, 07 Ottobre 2019 18:11

SIRIA I bambini nel dramma della guerra

7 ottobre 2019 – Una infanzia fra angoscia, amarezza e preoccupazione. Così scrive l’arcivescovo maronita di Damasco, mons. Samir Nassar. La Turchia è pronta a lanciare una imponente offensiva miliare “a est dell’Eufrate”, con l’obiettivo di creare una zona sicura nel nord del Paese e favorire il rientro - su base volontaria - dei rifugiati siriani oggi oltreconfine. Ma il vero obiettivo delle truppe di Ankara - che sembra aver ricevuto il nulla osta dagli Stati Uniti, che a breve avvieranno le operazioni per il ritiro - sono le forze curde dell’Ypg, protagoniste della lotta contro lo Stato islamico (SI, ex Isis) a fianco degli Usa.

Questa mattina il presidente Recep Tayyip Erdogan ha dichiarato di non tollerare più “le minacce dei gruppi terroristi” [leggi i curdi] e “presto muoverà all’interno del territorio siriano”. Le parole del leader di Ankara giungono al termine di un colloquio con l’inquilino della Casa Bianca, durante il quale si è discusso dell’operazione. Al riguardo, Donald Trump ha precisato che “le forze statunitensi non sosterranno, né saranno coinvolte nell’operazione e le truppe Usa non saranno più nelle immediate vicinanze”.

Dopo l’offensiva dell’esercito di Damasco - sostenuta dall’alleato russo - su Idlib, ultima roccaforte di gruppi ribelli e jihadisti nel Paese, l’annunciata operazione militare di Ankara rischia di aprire un nuovo fronte di crisi, aggravando l’emergenza umanitaria. Una situazione che preoccupa le organizzazioni umanitarie e pro diritti umani, mentre le diplomazie internazionali guardano all’incontro di fine mese del neonato Comitato costituzionale.

Sul dramma della popolazione siriana, e le conseguenze per i bambini, prime vittime del conflitto, AsiaNews ha raccolto una testimonianza dell’arcivescovo maronita di Damasco, mons. Samir Nassar. Ecco quanto ci ha scritto:

Uno sguardo inquieto

Il dramma siriano si legge in tutta la sua portata nello sguardo dei bambini, che riflettono un vissuto così duro e amaro.

Questi bambini, nati e cresciuti durante la guerra, ci dicono molte cose sul calvario durissimo che hanno dovuto sopportare a forza. Ormai da nove anni, con aiuti scarsi o pressoché nulli.

Prima dell’inizio delle violenze, nel 2011, i bambini siriani guardavano alla vita con grande gioia e speranza: ora gli stessi volti esprimo angoscia, amarezza e preoccupazione.

Angoscia: davanti alla morte dei genitori, degli amici e dei vicini. La destabilizzazione continua della vita quotidiana e le ondate che continuano di esodo forzato. Angoscia al cospetto della enorme violenza senza misericordia e l’instabilità quotidiana.

Amarezza: nello sguardo dei bambini, davanti all’indifferenza del mondo intero, alla dimenticanza, all’abbandono. La mancanza assoluta di solidarietà, davanti alle miserie e alla enorme povertà. Amarezza pensando alle scuole in rovina, al collasso del sistema educativo che soffoca i sogni di questi bambini.

Preoccupazione: di fronte all’estrema incertezza per il futuro, alla mancanza di prospettive, al moltiplicarsi dei problemi sociali che spezzano famiglie già di per sé fragili e indebolite dalla crisi economica, dalla mancanza di prospettive future. Per l’emarginazione di quanti sono fra i più poveri della terra. Cosa resta del loro futuro?

Cosa possiamo fare per restituire il sorriso sui volti di quei bambini? Come possiamo curare le loro ferite e permettere a questi cuori così puri di dimenticare gli incubi di una guerra così crudele? Forse dovremmo dire loro di far morire la speranza, povere anime innocenti?

Questo quesito diventa una priorità, che tutte le persone di buona volontà devono affrontare e cercare di risolvere. A questo, bisogna aggiungere una vera pedagogia del perdono, per assicurare una reale riconciliazione e perdono fra tutte le parti.

“Lasciate che i bambini vengano a me…” Mt 191,14.

* Arcivescovo maronita di Damasco

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22 luglio 2019 - Lettera di Papa Francesco ad Assad. Tra le tante leadership mondiali, come al solito, è Papa Francesco a mostrare maggiore preoccupazione per il dramma del popolo siriano e del Medio Oriente in generale.

Aiuto alla Chiesa che Soffre accoglie con gioia la notizia dell’incontro di questa mattina a Damasco tra il Cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, accompagnato dal nunzio apostolico in Siria, il cardinale Mario Zenari, con Bashar Hafez al-Assad. Come informa la Santa Sede, durante l’incontro, il cardinal Turkson ha consegnato al presidente siriano una lettera del Santo Padre, «che esprime la profonda preoccupazione di Sua Santità Papa Francesco per la situazione umanitaria in Siria, con particolare riferimento alle condizioni drammatiche della popolazione civile ad Idlib».

Nella riservatezza che doverosamente le attività diplomatiche impongono, Papa Francesco richiama l’attenzione del Capo di Stato siriano alle estreme sofferenze del suo popolo e al tempo stesso ricorda ai leader mondiali e a noi tutti che il conflitto in Siria è tutt’altro che terminato. Nonostante l’attenzione dedicata dai media internazionali e dell’opinione pubblica in generale vada drasticamente scemando, dopo otto anni di guerra la situazione rimane drammatica. E se in molte zone tacciono le armi, il grido disperato della miseria non si arresta. Se dalle bombe si può cercare riparo, nessuno sfugge alla gravissima povertà che, come notano numerosi esponenti delle Chiese locali, trova una colpevole aggravante nelle sanzioni economiche internazionali imposte alla Siria.

Nel Paese mancano le medicine, mentre nella provincia di Idlib i bambini muoiono. E il nostro pensiero va a quei sacerdoti coraggiosi che non abbandonano le aree in difficoltà. Come padre Hanna Jallouf, francescano della Custodia di Terra Santa, che si trova tuttora nel governatorato di Idlib dove opera a beneficio delle persone di ogni fede.

Aiuto alla Chiesa che Soffre non si rassegna all’indifferenza e alla sempre minore attenzione mondiale al contesto siriano. E assicura che continuerà sempre a rispondere alle tante richieste di aiuto provenienti dal martoriato Paese mediorientale con iniziative concrete, quale la campagna di raccolta fondi lanciata pochi giorni orsono per donare pacchi viveri e medicine ad Aleppo e Damasco

Zenit

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La settimana della Notte dei Testimoni, dal 12 al 19 marzo organizzata dall’Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs) organizza in Francia, Lussemburgo e Italia una serie di incontri di testimonianza e di preghiera. Giunta quest’anno alla decima edizione, la “Notte dei Testimoni” vede “la partecipazione di testimoni di rilievo giunti per l’occasione dai Paesi in cui i cristiani sono vittime di persecuzioni e gravi violazioni della libertà religiosa”. Tra i grandi testimoni di quest'anno, suor Mona Aldhem, una suora siriana delle Suore della Carità che aiuta i suoi concittadini a ricostruire. La veglia nella Cattedrale di Notre-Dame, era presieduta da Monsignor Michel AUPETIT.

Tre testimoni di quest'anno per condividere le realtà dei loro paesi, Monsignor Theodore Mascaranhas, Segretario generale della conferenza episcopale indiana, che affronta l'inquietante ascesa del nazionalismo indù, Monsignor Fridolin Ambongo, nuovo arcivescovo di Kinshasa , che vuole stabilire la pace in un paese dove lo stato sta lottando per prendere possesso del suo territorio, e Suor Mona Aldhem, che nella periferia di Damasco e poi nel sud-ovest siriano è impegnata nella ricostruzione.

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29 gennaio 2019 – Parla il Card. Zenari, Nunzio apostolico. Dopo il conflitto che ha dilaniato la Siria per 7 anni, la componente cristiana della popolazione siriana è probabilmente scesa intorno al 2 per cento. E la presenza cristiana in Medio Oriente corre il rischio di estinguersi non tanto perché vengono distrutte le chiese, ma perché gli uomini emigrano all’estero, mentre le famiglie con un coniuge cristiano e uno musulmano seguiranno la religione islamica. Così il Cardinale Mario Zenari, Nunzio apostolico in Siria, ha delineato in maniera sintetica l’attuale momento critico attraversato delle comunità cristiane presenti in Siria dai tempi della prima predicazione apostolica. Lo riferisce il blog dell’Ambasciata di Ungheria presso la Santa Sede, nel breve rendiconto relativo alla visita compiuta nei giorni scorsi dal Nunzio apostolico in Ungheria.

Le considerazioni sulla attuale condizione delle comunità cristiane in Siria sono state espresse dal Cardinale Zenari nel corso di un convegno organizzato nell’aula magna dell’Università Cattolica Péter Pázmány (PPKE) di Budapest, in collaborazione con la Segreteria per l’Aiuto ai Cristiani Perseguitati ed il programma Hungary Helps del Governo ungherese. Il porporato, accennando all’esodo dei cristiani, ha riferito che dopo la seconda guerra mondiale essi costituivano ancora il 25% della popolazione siriana, percentuale che era scesa al 6% prima del conflitto. Tra le cause di tale diminuzione, il Nunzio ha fatto cenno anche al basso tasso di denatalità delle famiglie cristiane.

All’evento organizzato presso l’Ateneo di Budapest ha preso parte anche Tristan Azbej, Segretario di Stato per l’Aiuto ai cristiani perseguitati e Balázs Orbán, Segretario di Stato alla Presidenza del Consiglio ungherese.

Nel suo intervento, Azbej ha sostenuto che “ci sono diverse risposte nel mondo alla grande sfida della nostra epoca: la crisi economica, umanitaria e quella delle migrazioni, e noi riteniamo che le soluzioni scelte dai governi occidentali non siano soddisfacenti. Loro – ha aggiunto il rappresentante ungherese - hanno scelto di appoggiare le migrazioni, invitando le persone a lasciare la loro terra d’origine, mentre l’Ungheria sostiene, al contrario, che è interesse precipuo di ogni persona poter rimanere nella propria patria”.

La visita del Cardinale Zenari in Ungheria ha avuto come motivazione principale il lancio ufficiale dell’intervento di sostegno offerto dal governo ungherese a favore del Programma “Ospedali Aperti”, per finanziare le cure mediche di circa 4500 pazienti in strutture sanitarie siriane nell’arco di un anno. Il 22 gennaio è stato lo stesso Primo Ministro ungherese Viktor Orbán a consegnare al Cardinale Mario Zenari (vedi foto) il documento ufficiale di concessione del contributo ungherese di un milione e mezzo di euro al Programma “Ospedali Aperti”, gestito dalla Fondazione AVSI. (GV) (Agenzia Fides 28/1/2019).

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Giovedì, 20 Dicembre 2018 20:22

SIRIA Ritiro truppe USA “Meglio così”

20 dicembre 2018 - Il Vescovo Abou Khazen: “Siamo sempre contenti quando forze e gruppi armati stranieri si ritirano, liberano il campo e lasciano ai siriani la responsabilità e la libertà di affrontare e risolvere i propri problemi”. Così il Vescovo Georges Abou Khazen ofm, Vicario apostolico di Aleppo per i cattolici di rito latino, commenta le notizie sulla decisione del Presidente USA Donald Trump di avviare – nonostante le resistenze del Pentagono - il ritiro delle forze militari statunitensi presenti in Siria.

Il Vescovo francescano fa notare che “comunque ci sono delle incognite. Cosa accadrà ora ai curdi? Quale pretese avanzerà la Turchia nei loro confronti? Gli USA” rimarca il Vicario apostolico di Aleppo in una conversazione con l'Agenzia Fides “stanno abbandonando i curdi, dopo averli usati. Non sappiamo cosa potrà comportare per loro questa scelta”.

Intanto Russia, Turchia e Iran puntano a fornire appoggio e copertura internazionale alla creazione di un Comitato costituzionale incaricato di dare alla Siria una nuova Costituzione e avviare sotto l'egida delle Nazioni Unite una riforma istituzionale che stabilizzi la fine del conflitto a coinvolga nei processi politici anche gruppi di opposizione. La prima sessione del Comitato costituzionale per la Siria potrebbe essere convocata all'inizio del 2019, secondo gli auspici espressi dai ministri degli esteri turco, russo e iraniano, incontratisi a Ginevra il 18 dicembre (anche se l'inviato speciale dell'Onu per la Siria, Staffan de Mistura, ormai alla fine del suo mandato, continua a esprimere riserve sulla possibilità di far partire in tempi brevi un processo costituzionale davvero inclusivo). “Anche sull'ipotesi del Comitato per la nuova Costituzione – osserva il Vescovo Georges Abou Khazen – non erano chiare le posizioni e gli intenti degli USA. Non si riusciva a capire se, e in che modo, gli Stati Uniti fossero disposti ad appoggiare il processo di ricostruzione nazionale. Il ritiro delle truppe USA dalla Siria potrebbe chiarire la situazione anche a questo livello”.

Il Presidente Usa Donald Trump ha firmato lo scorso 11 dicembre anche l' "Iraq and Syria Genocide Relief and Accountability Act of 2018", la legge che definisce come “Genocidio” la serie di crimini perpetrati negli ultimi anni da gruppi jihadisti su cristiani e yazidi in Iraq e Siria, impegnando il governo degli Stati Uniti a fornire assistenza umanitaria ai gruppi vittime delle violenze e a perseguire i responsabili e gli esecutori delle efferatezze. La legge da impulso all'assistenza finanziaria USA per progetti umanitari, di stabilizzazione e di ricostruzione a favore delle minoranze religiose in Iraq e in Siria, ed è stata accolta con entusiasmo da esponenti di Chiese mediorientali. Su questo punto il Vicario apostolico di Aleppo esprime considerazioni di altro tenore: “L'Iraq e la Siria” riferisce a Fides il Vescovo Georges Abou Khazen “sono Paesi che potrebbero essere ricchi. Non abbiamo bisogno dei soldi degli altri. Abbiamo bisogno della pace. Agli altri chiediamo di non fomentare le guerre, e con la pace potrà migliorare la condizione anche economica di tutto il popolo, compresi i cristiani. Per questo preghiamo che questo Natale porti la pace in tutta la Siria, come la portò due anni fa per la città di Aleppo”. (GV) (Agenzia Fides 20/12/2018).

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Martedì, 30 Ottobre 2018 20:44

SIRIA Riapre il museo nazionale di Damasco

29 ottobre 2018 - Mons. Audo, vescovo siriano: un “segnale positivo” per i siriani e per la comunità internazionale. Chiuso dal 2012, al suo interno custodiva migliaia di reperti e manufatti antichi. Ministro siriano: il patrimonio culturale “non è stato distrutto” dal terrorismo. Ma le priorità restano la povertà e la migrazione giovanile.

La riapertura del museo nazionale a Damasco è ha un “significato importante” per tutto il Paese, perché sembra testimoniare che in Siria “si vede la fine di questa grande crisi” anche se molti passi “restano ancora da fare”. È quanto afferma ad AsiaNews mons. Antoine Audo, vescovo caldeo di Aleppo ed ex-presidente di Caritas Siria, secondo cui “a livello internazionale” - come conferma l’incontro del fine settimana a Istanbul - emergono elementi positivi per una fine del conflitto.

“Questa apertura - prosegue il prelato - è uno dei segnali che sembrano rafforzare l’obiettivo di ricostruzione che ha preso il via nell’ultimo periodo. Esso è un segnale positivo all’interno e verso l’esterno. Non è ancora il tempo di celebrare la fine della guerra, ma qualcosa si muove davvero in una prospettiva di reale cambiamento”.

Il 28 ottobre scorso a Damasco si è tenuta la cerimonia inaugurale per la riapertura di (parte) del museo nazionale, inaugurato nel 1920 e chiuso da oltre sei anni a causa delle violenze e delle devastazioni della guerra in Siria. Nel 2012 i responsabili del centro avevano disposto il blocco per proteggere i manufatti e le antichità presenti al suo interno da danni, saccheggi e devastazioni.

All’epoca la gran parte dei tesori erano stati evacuati in gran segreto e messi al riparo in diverse località sparse per il Paese, nei territori rimasti sotto il controllo governativo. La scelta di riaprire è la conferma dei tentativi di stabilizzazione promossi dal presidente Bashar al-Assad e dall’esecutivo, per mostrare al mondo un (seppur lento) ritorno alla normalità.

Il ministro siriano della Cultura Mohamed al-Ahmad sottolinea che la riapertura del museo è un “messaggio sincero” al mondo che l’immenso patrimonio culturale, storico e artistico del Paese non è stato distrutto dal “terrorismo”. Ieri si è registrata la riapertura di una parte della struttura, ma l’obiettivo è quello di tornare alla piena funzionalità in breve periodo. “Metteremo in mostra - spiega il vice-direttore Ahmad Deeb - una parte dei manufatti che vanno dalla preistoria all’epoca classica e islamica”.

Il giardino del museo è rimasto aperto per tutta la durata della guerra, ma l’edificio è stato chiuso in concomitanza con i primi lanci di razzi dei ribelli sulla capitale. A inizio mese i responsabili del settore cultura avevano organizzato una mostra di reperti e antichità all’interno del Teatro dell’opera di Damasco.

In Siria vi sono oltre 700 siti archeologici di primaria importanza, moti dei quali sono stati distrutti, danneggiati o saccheggiati in questi anni di guerra. Entrambe le parti in lotta sono state accusate di violazioni, anche se a trarne i maggiori profitti sono stati i gruppi ribelli e jihadisti che nel commercio di manufatti e antichità hanno trovato una fetta consistente di finanziamenti.

Il caso più famoso di devastazione ha riguardato la città di Palmira, patrimonio Unesco, conquistata dallo Stato islamico (SI, ex Isis) che ha decapitato il locale direttore delle antichità e utilizzato la piazza centrale per le esecuzioni. Solo grazie all’intervento dei russi l’area è tornata sotto il controllo dell’esercito governativo.

Il museo nazionale di Damasco, sottolinea mons. Audo, “è un centro importantissimo a livello culturale per il Paese. Riaprirlo significa cercare di sanare una delle molte ferite aperte da questa guerra sanguinosa, anche se oggi altre restano le priorità: combattere la povertà, superare la questione della migrazione fra i giovani e per questo serve l’aiuto della comunità internazionale”.

Il “rinascimento culturale è ancora lontano”, ma come Paese possiamo dire che ci stiamo muovendo” conclude il vescovo, e anche Aleppo vuole fornire il suo contributo. “Qui da noi abbiamo un coro di una ventina di giovani, guidati da un maestro di alto profilo che ha appena compiuto una tournée in Francia. Attraverso il canto hanno voluto dare un segnale di presenza, di vitalità e di ripresa a dispetto e oltre la guerra. Il Paese deve continuare a camminare”. (Asianews)

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3 luglio 2018 - Smentite le voci di trasferimento in Libano. Il Patriarcato siro ortodosso di Antiochia ha ufficialmente sconfessato voci e ricostruzioni giornalistiche che prefiguravano un imminente trasferimento della sede patriarcale da Damasco a Atchaneh, in Libano. Il Patriarcato siro ortodosso – ha riferito l'ufficio comunicazione dello stesso Patriarcato - rimarrà in Siria, nonostante i molti fattori che durante i sette anni di conflitto siriano inducevano a trasferire la sede patriarcale in altri Paesi.

Ad alimentare le indiscrezioni su un possibile spostamento in Libano del Patriarcato siro ortodosso ha concorso anche la recente inaugurazione di una sede distaccata del Patriarcato ad Atchaneh, nel Paese dei Cedri. La sede patriarcale antiochena, di cui porta il titolo anche il Patriarcato di Antiochia dei siro ortodossi, è sempre stata collocata nella capitale della Siria, prima ad Antiochia (ora in territorio turco) e poi a Damasco. Un presidio del Patriarcato siro ortodosso – fanno notare i responsabili della comunicazione patriarcale – è stato aperto in Libano fin dagli anni Settanta del secolo scorso, con lo scopo principale di assicurare il servizio pastorale ai siro ortodossi presenti in quel Paese. Il Libano rappresenta una parte inseparabile dei territori di radicamento storico delle comunità siro ortodosse. L'inaugurazione di un nuovo centro patriarcale siro ortodosso in Libano – rimarcano le fonti dello stesso Patriarcato – rappresenta secondo il Patriarca siro ortodosso Mar Ignatios Aphrem II “una risposta a tutti quelli che hanno operato per indebolire la presenza cristiana in Medio Oriente”.

Nel contempo, l'iniziativa intrapresa dalla Chiesa siro ortodossa per istituire una Università privata (la Akhtal Private International University, a Qamishli, nella provincia siriana nord-orientale di Hassakè, con una sede succursale a nel villaggio di Maarat Saidnaya, dove si trova il monastero di Sant'Efrem, sede del Patriarcato siro ortodosso) conferma indirettamente che non vi è nessun progetto mirante a trasferire la sede principale del Patriarcato fuori dai confini siriani. (GV) (Agenzia Fides 2/7/2018)

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12 aprile 2018 - "A Mar Musa la situazione è tranquilla e anche nella Valle dei cristiani, dove sono nato e cresciuto, non ci sono tensioni. Certo, la situazione complessiva del paese è ancora precaria". Fratel Jihad Youssef è un monaco di Mar Musa, la comunità monastica cattolica di rito siriaco, rifondata dal gesuita padre Paolo Dall’Oglio (rapito nel 2013 e di cui non si conosce più la sorte), sita nei pressi della cittadina di al-Nabk, a circa 80 chilometri a nord di Damasco.

Condividendo con l'Agenzia FIdes le sue impressioni, dopo la Pasqua, il monaco afferma: "Si combatte ancora in alcune zone. In quelle aree gli scontri sono feroci. Le vittime sono molte, la maggior parte civili innocenti. La situazione è drammatica. Ma anche nelle zone pacificate o che non sono mai state interessate dagli scontri, la situazione sociale non è florida". Il lavoro non c’è, i prezzi sono altissimi. Le famiglie fanno fatica a tirare avanti. "Molte famiglie sono in difficoltà" continua fratel Jihad. "Di fronte a una situazione di incertezza, molti progettano di emigrare all’estero: Europa, Nord America, Australia. E' comprensibile, anche se penso che molti siano ingannati da false rappresentazioni dell’Occidente. Emigrare non è facile e, anche se si riesce a espatriare, la vita all’estero non è semplice".

Negli scorsi anni il monastero di Mar Musa non è stato toccato dai combattimenti. Le attività sono però diminuite fino a cessare, anche se i monaci non se ne sono mai andati. Da quasi due anni, lentamente, la vita sta tornando nell’antica struttura. Attualmente risiedono nella struttura tre monaci della comunità e due religiosi ospiti. "I flussi dei visitatori non sono tornati ai livelli precedenti alla guerra – continua – ma, soprattutto il venerdì (giorno di festa per i musulmani), molte persone, in maggioranza di fede islamica, vengono a visitare il monastero. Grandi e piccoli gruppi vengono a pregare, a meditare, a prendersi una pausa in un luogo che ispira riflessione e contemplazione".

I monaci e le monache, da parte loro, hanno ripreso le attività tradizionali. Pregano e si dedicano anche a lavori manuali: agricoltura, allevamento, manutenzione della struttura. "I monaci – conclude fratel Jihad - hanno ottime relazioni sia con la comunità cristiana della vicina Nebek, sia con la gente comune. Lavorano insieme ad alcuni progetti. Tra questi, vi è la collaborazione con l’ospedale locale per contribuire a fornirlo di macchinari medico-sanitari più moderni; è c'è anche un lavoro di carattere umanitario di sostegno ai poveri, in particolare i cristiani di Nebek, e gli sfollati di Qaryatayn". "La nostra zona ora è tranquilla. Ma il futuro è tutto da costruire. Sappiamo com’era la Siria prima della guerra. Non sappiamo ancora come sarà dopo", conclude fratel Jihad. (EC) (Agenzia Fides 12/4/2018).

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29 marzo 2018 - L'Arcivescovo Hindo: “Non è vero che in Siria la guerra è finita. Continuiamo a salire il nostro Golgota. E per il settimo anno consecutivo, ci avviciniamo alla Pasqua senza sentire la gioia della Resurrezione del Signore”. Così l'Arcivescovo Jacques Behnan Hindo, alla guida dell'arcieparchia siro-cattolica di Hassaké-Nisibi, descrive i sentimenti con cui i cristiani della regione siriana nord-orientale di Jazira stanno vivendo i giorni della Settimana Santa. “Il rischio - confida l'Arcivescovo Hindo all'Agenzia Fides – è che proprio qui si potrebbe arrivare in futuro anche a uno scontro diretto tra l'esercito siriano e le forze militari degli USA, che nella Jazira hanno impiantato 10 basi logistiche, giustificando il loro ingresso sul territorio siriano con la necessità di sostenere le milizie curde contro i jihadisti del cosiddetto Stato Islamico (Daesh). La recente evoluzione dei rapporti di forza nelle regioni nord-orientali siriane, con la conquista della città di Afrin, sottratta alle forze curde, da parte delle milizie ribelli appoggiate dall'esercito turco, è anche frutto di un errore di valutazione dei gruppi curdi siriani, che puntavano a trovare appoggi internazionali ai loro progetti indipendentisti. “ I curdi - sostiene l'Arcivescovo Hindo - si sono fidati degli statunitensi, dando prova di non aver imparato dalle lezioni della storia. Adesso, con il pretesto di aiutare i curdi, gli USA controllano buona parte della Mesopotamia siriana. E già in altre situazioni analoghe i destinatari dichiarati del sostegno USA sono stati abbandonati. Basta pensare al Vietnam, o all'Afghanistan o a Kurdistan iracheno”.

Anche nella regione di Jazira cominciano ad arrivare profughi curdi provenienti dall'area di Afrin. L'Arcivescovo siro-cattolico di Hassaké-Nisibi prefigura anche la possibilità che tale fenomeno possa in futuro modificare il profilo demografico della regione, rendendo irreversibile l'esodo di popolazioni cristiane che durante gli anni di guerra sono state spinte fuori dalle proprie case e dai propri villaggi: “Adesso” riferisce l'Arcivescovo Hindo “alcune famiglie di profughi curdi si sono stabilite nei villaggi della valle del Khabur, dove un tempo vivevano cristiani siri, assiri e caldei, e che sono rimasti in gran parte abbandonati negli ultimi anni. Questo potrebbe essere solo l'inizio di un processo che potrebbe portare nel tempo a cancellare per sempre la possibilità di veder tornare i cristiani in quella valle, che per quelle comunità rappresentava un luogo di radicamento storico”.

Nel febbraio 2015, i villaggi abitati dai cristiani nella valle del fiume Khabur erano stati conquistati dalle milizie jihadiste di Daesh. Gli abitanti eran fuggiti, e almeno 250 di loro erano stati presi in ostaggio e deportati dai jihadisti, per essere poi progressivamente liberati a gruppi di diversa consistenza, dietro il pagamento di somme di riscatto (vedi Fides 23/2/2016). Già nel febbraio 2016 (vedi Fides 6/2/2016), milizie curde delle Unità di Protezione Popolare (YPG, braccio militare dell'Unione democratica curda, il partito curdo che costituisce il ramo siriano del PKK) avevano allestito tre campi d'addestramento in altrettanti villaggi della valle del Khabur, rimasti da allora quasi del tutto abbandonati. (GV) (Agenzia Fides 28/3/2018).

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23 marzo 2018 - I raid aerei turchi che, nei giorni scorsi hanno accompagnato l’avanzata delle truppe di terra nella conquista di Afrin [enclave curda nel nord della Siria caduta il 17 marzo], hanno danneggiato un antico sito cristiano situato nella regione nord-orientale della Siria. A rivelarlo sono fonti del Dipartimento siriano per le antichità, secondo cui “caccia turchi hanno bombardato il sito di Brad, circa 15 km a sud della città di Afrin”, inserito fra i patrimoni Unesco. 

Dal 2011 l’area di Brad - che comprende diverse chiese e monasteri bizantini, oltre che tombe risalenti al periodo Romano - è sotto la tutela dell’organismo Onu che vigila sull’educazione, la scienza e la cultura. Mahmoud Hamoud, capo del Dipartimento siriano per le antichità, aggiunge che i missili “hanno distrutto molti edifici” fra i quali la tomba di san Marone, fondatore della comunità maronita e venerato da cattolici e ortodossi. 

I caccia turchi hanno distrutto pure la chiesa di san Giuliano, che comprende un mausoleo, ed è considerata uno degli edifici cristiani più antichi al mondo. Esso risale, aggiunge l’esperto, “alla fine del quarto secolo”. 

Il 20 gennaio scorso Ankara ha lanciato una imponente offensiva contro le milizie curde Ypg (Unità di Protezione Popolare), che considera collegate ai gruppi “terroristi” curdi del Pkk (Partito curdo dei lavoratori), protagonisti di una pluridecennale lotta per l’indipendenza. Conquistata Afrin, ora la Turchia di dirige verso altre città curde dell’area come annunciato dal presidente Recep Tayyip Erdogan, il quale punta al controllo di tutte le zone di confine nel settore orientale del Paese.

I danni al patrimonio cristiano non sono gli unici causati dalle truppe turche, sostenute da milizie ribelli filo-jihadiste in lotta contro il presidente siriano Bashar al-Assad. Alla fine di gennaio Damasco ha accusato Ankara di aver danneggiato il tempio neo-ittita di Ain Dara, di 3mila anni. Il governo turco aveva risposto che “gli edifici religiosi e culturali, i siti storici, le rovine archeologiche e i luoghi pubblici non rappresentavano obiettivi sensibili da colpire”. Tuttavia, i danni al patrimonio culturale siriano e mondiale provocati dall’offensiva restano. 

Insieme alla tomba di san Marone, scoperta nel 2002 da un gruppo di archeologi francesi, l’antica città di Brad ospita anche diverse vestigia cristiane dell’epoca romana e bizantina. “Questo sito - commenta l’ex responsabile del patrimonio archeologico siriano Maamoun Abdulkarim - costituisce una delle più belle pagine della storia del cristianesimo. Esso ospita tre chiese, un monastero e una torre di cinque metri”. “Nemmeno l’invasione mongola - aggiunge - aveva fatto questi danni”. 

Nelle scorse settimane gli esperti avevano lanciato l’allarme in merito a oltre 40 villaggi cristiani della regione di Afrin, che l’Unesco ha ribattezzato “villaggi antichi del nord della Siria” e che comprendono anche diversi siti considerati patrimonio dell’umanità. Questi luoghi, afferma l’organismo Onu, forniscono “una panoramica eccezionale sullo sviluppo della cristianità” nella regione orientale e vanno per questo tutelati e preservati. 

Intanto nella Ghouta orientale, enclave ribelle alla periferia di Damasco, anche uno degli ultimi gruppi di opposizione nell’area sotto assedio dell’esercito governativo ha annunciato il cessate il fuoco. A riferirlo è la Bbc, secondo cui i miliziani di Faylaq al-Rahman hanno accettato la tregua mediata delle Nazioni Unite. Una decisione, spiegano i vertici del gruppo, che consentirebbe colloqui con l'esercito russo, alleato della Siria, circa le garanzie per la sicurezza dei civili. Le truppe siriane hanno ormai preso il controllo dell’80% dell’enclave.

(Asianews)

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