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5 novembre 2019 - I vescovi ai politici: “La nostra speranza è che i nostri leader politici nel Sud Sudan, del governo e dell'opposizione, la maggior parte dei quali sono cristiani, tengano presente l'appello e lo straordinario gesto del Santo Padre che li ha implorati di portare la pace ai loro fratelli nel Sudan del Sud” affermano i Vescovi del Sudan e del Sud Sudan, nel loro messaggio letto al termine della Messa del 1° novembre in tutte le chiese del Sud Sudan.

L’11 aprile, a conclusione del ritiro spirituale, presso la Domus Sanctae Marthae in Vaticano, dei leader politici del Sud Sudan, Papa Francesco si era inginocchiato davanti a loro lanciando un appello per il futuro del nuovo Stato che doveva nascere il 12 maggio, baciando i piedi al Presidente della Repubblica Salva Kiir Mayardit, e ai Vice presidenti designati presenti, tra cui Riek Machar e Rebecca Nyandeng De Mabior.

La formazione del nuovo governo di unità nazionale è stata però più volte rimandata: ora la data limite è il 12 novembre, ma il Presidente Salva Kiir ha lasciato intendere la formazione di un esecutivo senza la presenza di Riek Machar. Se così fosse si teme fortemente la ripresa della guerra civile, in un Paese allo stremo per le drammatiche conseguenze del conflitto scoppiato nel dicembre 2013, alle quali si aggiungono i danni causati della inondazioni che hanno colpito vaste aree del Sud Sudan.

Nel loro messaggio i Vescovi affermano: “Abbiamo visto le ferite e la miseria della nostra gente nei campi per sfollati all'interno dei nostri due Paesi e nei campi profughi nei Paesi vicini. Sentiamo e condividiamo le condizioni economiche insopportabili della nostra gente in Sudan e nel Sudan del Sud”.

Nel documento, pervenuto all’Agenzia Fides, si sottolinea che le radici del conflitto vanno ricercate nella bramosia di potere e di ricchezza, che a sua volta si serve delle divisioni etniche e tribali per spingere le popolazioni a combattere chi per l’una, chi per altra parte. I Vescovi concludono con un appello all’unità per far fronte insieme alle avversità e condividere le scarse risorse a favore di tutti. (L.M.) (Agenzia Fides 5/11/2019)

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Venerdì, 04 Ottobre 2019 08:38

SUD SUDAN I giovani: asse del cattolicesimo

4 ottobre 2019 - In occasione delle celebrazioni del centenario della Chiesa Cattolica sud sudanese, il vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Juba, mons. Santo Loku Pio, responsabile del Comitato per le celebrazioni, ha evidenziato il ruolo fondamentale dei giovani nell'arcidiocesi.

“Mentre i giovani missionari venivano e invecchiavano nella nostra terra, i nostri giovani non sono solo religiosi, sacerdoti e sorelle ma anche veri cattolici che rispondono alle necessità della Chiesa locale”, ha detto il vescovo.

“I missionari ci hanno portato questa Chiesa e questa Chiesa deve essere portata avanti” spiega mons. Loku sottolineando che i giovani sud sudanesi devono essere considerati l'asse del cattolicesimo nel loro paese. “Il mio messaggio ai giovani è quello di abbracciare il Vangelo e continuare a rispondere alle sfide”.

Le celebrazioni hanno preso ufficialmente il via lo scorso 4 novembre 2018 con il tema: ‘Rinnoviamo la nostra fede e rispondiamo alle sue sfide’, e si concluderanno con una grande festa il prossimo 4 novembre 2019.

I primi missionari ad arrivare in Sud Sudan, nel luglio 1919, sono stati i Comboniani che fondarono la Parrocchia di Rejaf sulla riva occidentale del White Nile. Da allora sono state erette diverse missioni e il lavoro avviato dai padri Comboniani si è esteso ad altre parti del paese, dando vita alla creazione di tre territori ecclesiali: l’arcidiocesi di Juba e le diocesi di Torit e Yei.

“Con il nostro impegno continuiamo a celebrare la missione e siamo pronti ad andare avanti nonostante le sfide che affrontiamo oggi come Chiesa”, ha affermato mons. Loku. “Vogliamo rinnovare lo spirito missionario della diocesi per raggiungere il maggior numero possibile di persone e allo stesso tempo incoraggiare il nostro popolo ad essere missionario”, si legge nella nota pervenuta all’Agenzia Fides.

Il 10 ottobre, anniversario della morte e festa di San Daniele Comboni, è stato riservato per onorare i Missionari nell'ambito delle attività del centenario. San Comboni morì a Khartum, in Sudan, il 10 ottobre 1881 all'età di 50 anni.

(1/10/2019 Agenzia Fides)

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9 aprile 2019 - “Accompagneremo la Presidenza in questo viaggio per cantare di nuovo insieme l'inno del Sud Sudan” ha detto p. James Oyet, comboniano, Segretario generale del Consiglio delle Chiese del Sud Sudan, confermando la partecipazione su invito di Papa Francesco al ritiro spirituale dei leader del Sud Sudan del Presidente Salva Kiir, dell’ex Vice Presidente Riek Machar, del Vice Presidente James Wani Igga, e di altre personalità. “Durante il ritiro, i leader reciteranno e contempleranno i temi chiave dell'inno nazionale del Paese” ha detto p. Ovet. "Lavoreremo attraverso l’inno ... riflettendo sulla grazia della pace, sul cuore della pace e anche sulle sfide alla pace”. Attesa la presenza, probabilmente al termine degli incontri, dell'Arcivescovo primate della Chiesa anglicana Justin Welby e di Sua Ecc. Mons. John Baptist Odama, Arcivescovo di Gulu, in Uganda.

L’Inno nazionale del Sud Sudan recita: “ Oh Dio,

Noi ti preghiamo e ti glorifichiamo

per la Nostra grazia del Sudan del Sud,

Terra di grande abbondanza

noi ci sosteniamo uniti e in armonia.

Oh madrepatria,

ci alziamo alzando la bandiera con la Stella Polare

e cantiamo canzoni di libertà con gioia,

per la giustizia, libertà e prosperità

regneranno per sempre.

Oh grandi patrioti,

fateci stare in silenzio e in rispetto,

per salutare i nostri martiri il cui sangue

ha cementato la nostra fondazione nazionale,

ci fanno voto di proteggere la nostra Nazione

Oh Dio, benedici il Sudan del Sud”. (L.M.) (Agenzia Fides 9/4/2019)

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4 ottobre 2018 - “La separazione tra Sudan e Sud Sudan ha lasciato un grosso vuoto a livello ecclesiale qui nel Nord” dice all’Agenzia Fides Sua Ecc. Mons. Yunan Tombe Triller Kuku Andali, Vescovo di El Obeid, nella parte nord-occidentale del Sudan. “A causa della divisione del Paese, diversi sacerdoti, religiose e catechisti sono tornati nelle loro terre di origine, che si trovano in quello che è diventato un nuovo Stato, il Sud Sudan. Abbiamo risentito soprattutto la mancanza di catechisti per animare i circa 200 centri pastorali distribuiti sull’intero territorio della diocesi”.

“D’altro canto – prosegue il Vescovo- la guerra in Sud Sudan ha fatto sì che nella nostra diocesi vi siano un gran numero di rifugiati sud-sudanesi”. “Il numero dei rifugiati registrati è di oltre 200.000 persone, ma vi sono molti rifugiati che non sono registrati. Più della metà dei rifugiati registrati sono cattolici e questo comporta una sfida sul piano pastorale perché dobbiamo offrire loro un’assistenza non solo umanitaria ma anche spirituale. Stiamo quindi formando dei catechisti tra i rifugiati accolti nei campi”.

La diocesi di El Obeid si estende per 888.939 km2, conta 11.842.000 abitanti dei quali 95.000 sono cattolici.

“La maggior parte dei cristiani locali vive sui monti Nuba” dice Mons. Andali. “La maggiore difficoltà che riscontriamo con questo gruppo numeroso di fedeli, è assicurare un’educazione religiosa nelle scuole statali. L’educazione religiosa è obbligatoria nelle scuole gestite dallo Stato ma questo non stampa i libri per la formazione dei cattolici”.

Secondo Mons. Andali “in Sudan non esiste una vera e propria libertà religiosa, ma una tolleranza nei confronti delle altre religioni diverse da quelle islamica. Possiamo svolgere le attività all’interno delle nostre vecchie chiese, ma non fuori. I regolamenti statali vietano la cessione di terreni alla Chiesa e la costruzione di nuove chiese. Grazie all’aiuto della Chiesa universale abbiamo acquistato abitazioni private per svolgere alcune delle nostre attività pastorali. In questo modo possiamo raggiungere i nostri fedeli nelle loro case per pregare con loro anche nelle zone dove non ci sono delle vere e proprie chiese”.

La guerra in Sud Sudan ha gravemente colpito la Chiesa in entrambi i Paesi. Oltre ai rifugiati sud-sudanesi in Sudan altre centinaia di migliaia si trovano negli altri Stati vicini come l’Uganda. “Conosco bene Juba, essendo stato Rettore del Seminario Interdiocesano San Paolo a Juba dal 2012 fino alla mia ordinazione episcopale e il mio insediamento a El Obeid nel 2017” sottolinea Mons. Andali. “Quest’anno mi sono recato a visitare i rifugiati sud-sudanesi in Uganda e, con mia sorpresa, ho trovato anche molte persone provenienti da Juba. Circa 280.000 fedeli sud-sudanesi sono accolti in Uganda, ma sono privi di assistenza religiosa”. (L.M.) (Agenzia Fides 4/10/2018)

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6 settembre 2018 - Troppi interessi di parte, in Sud Sudan. Etiopia ed Eritrea sono esempi positivi, dice Mons. Hiiboro Kussala, Vescovo di Tombura-Yambio, Presidente della Conferenza Episcopale che riunisce i Vescovi di Sudan e Sud Sudan, a Roma per la Visita ad Limina Apostolorum. “Ci sono ancora troppi interessi di parte e personali che ostacolano il raggiungimento pieno dell’accordo di pace”. I negoziati in corso nella capitale sudanese, Khartoum, sono sponsorizzati dall’IGAD (Intergovernmental Authority on Development), e in particolare, da due suoi membri, lo stesso Sudan e l’Uganda, che hanno un forte ascendente sui due contendenti della guerra civile.

“Purtroppo nonostante le pressioni esercitate dai rispettivi partner africani, le diverse parti in conflitto faticano a mettere da parte le loro divergenze per forgiare la pace. Si deve guardare al bene comune e in primo luogo a mettere fine alle sofferenze della popolazione stremata da anni di guerra” sottolinea a Fides Mons. Hiiboro Kussala.

“Un altro fattore che rallenta il raggiungimento di un vero accordo di pace è la stanchezza della comunità internazionale nell’affrontare la questione del Sud Sudan. Dopo tante false partenze e accordi siglati e mai rispettati, i partner internazionali del Sud Sudan sembrano rimanere a guardare alla presente trattativa senza impegnarsi più di tanto per far sì che giunga a buon punto” dice il Vescovo.

“C’è inoltre da tenere in considerazione il basso livello di acculturazione della popolazione; più dell’80% della popolazione non ha ricevuto una formazione scolastica” rimarca Mons. Hiiboro Kussala. “Questo apre ampi spazi a chi vuole incitare la violenza fomentando il tribalismo. D'altronde con questi bassi livelli di scolarizzazione, non è facile promuovere, fin dagli strati sociali più umili, il buon governo, il rispetto dei diritti umani, il corretto uso delle risorse del Paese, ad iniziare dal petrolio. Purtroppo i proventi della vendita del petrolio non sono usati per migliorare le condizioni di vita della popolazione, ma si volatilizzano al di fuori del Sud Sudan”.

Secondo Mons. Hiiboro Kussala vi sono comunque dei segnali positivi. Come il recente accordo di pace tra Etiopia ed Eritrea, che è motivo di speranza anche per il Sud Sudan. “Si tratta di un ottimo esempio che può essere utile anche per noi, perché Etiopia ed Eritrea hanno risolto le loro divergenze direttamente tra di loro, senza andare in un luogo neutro, tra l’altro spendendo soldi per le loro delegazioni” afferma Mons. Hiiboro Kussala. “Noi vediamo che le delegazioni sud sudanesi per partecipare ai colloqui di pace spendono grandi somme di denaro per non arrivare mai ad un risultato concreto”. “L’esempio di questi due Paesi è importante anche per un altro motivo: la Chiesa ha lavorato molto dietro le quinte per raggiungere questo risultato. Noi come Chiesa sud-sudanese facciamo la stessa cosa e quanto avvenuto tra i nostri vicini ci incoraggia ad andare avanti” conclude. (L.M.) (Agenzia Fides 6/9/2018)

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Martedì, 10 Luglio 2018 09:25

SUD SUDAN “Pace: accordo fragile”

9 luglio 2018 - Dobbiamo continuare a sperare nella pace: “Per valutare la bontà di ogni accordo di pace il primo criterio è il rispetto del cessate il fuoco. Purtroppo questo è stato immediatamente violato e i combattimenti, sia pure sporadici, non sono mai cessati” dicono all’Agenzia Fides fonti locali da Juba, capitale del Sud Sudan, commentando l’accordo firmato il 27 giugno a Khartoum dal Presidente sud sudanese Salva Kiir e dall’ex Vice Presidente Riek Machar. L’accordo è stato raggiunto grazie alla mediazione del Presidente ugandese Yoweri Museveni e da quello del Sudan Omar Hasan Ahmad al-Bashir. L’accordo prevede un cessate il fuoco che avrebbe dovuto entrare in vigore il 30 giugno, la creazione di un corridoio umanitario per assistere i rifugiati, il ritiro delle rispettive truppe dai vari fronti sparsi nel Paese, la formazione di un Governo transitorio e la ripresa della produzione petrolifera.

“In realtà diversi commentatori locali hanno da subito espresso perplessità sull’intesa del 27 giugno” affermano le nostre fonti, che hanno chiesto l’anonimato per motivi di sicurezza. “Il fatto che l’accordo sia stato firmato a Khartoum ha suscitato dei sospetti qui a Juba, perché il Sudan non ha mai smesso di interferire nel Sud Sudan dopo il suo distacco da Khartoum e l’indipendenza ottenuta nel 2011”. “Inoltre una delle clausole principali dell’accordo riguarda la riattivazione dei pozzi di petrolio, dei quali circa la metà sono ancora operanti dopo lo scoppio della guerra civile nel dicembre 2013. Diversi sud-sudanesi si domandano perché in un accordo di pace si debba parlare del petrolio, ritenendo che la questione vada affrontata dopo che la situazione si sia stabilizzata. Il sospetto quindi è che questo accordo, sponsorizzato dagli Stati confinanti, e firmato alla presenza del Presidente ugandese, miri più ad una spartizione del potere e delle risorse petrolifere che non a riportare una vera pace a favore della popolazione” dicono le fonti di Fides.

“Occorre inoltre considerare che l’accordo è stato firmato dai due storici rivali, il Presidente Salva Kiir e l’ex Vice Presidente Riek Machar, coloro che hanno iniziato la guerra civile nel dicembre 2013. Ma nel frattempo lo scenario della guerra è mutato. Le fazioni in lotta non sono solo quelle di Kiir e Machar ma se ne sono aggiunte altre, che hanno esteso il conflitto. È quindi irrealistico pensare che questo accordo da solo possa portare alla pace e alla stabilizzazione del Sud Sudan”. “Tuttavia dobbiamo continuare a sperare perché ogni passo che viene fatto in direzione della pace è benvenuto. Come dice il Vangelo occorre giudicare dai frutti. Per il momento uno degli aspetti positivi dell’intesa è il rafforzamento della moneta locale rispetto al dollaro americano, che ha accresciuto il potere d’acquisto della popolazione, stremata dalla guerra. Speriamo che altri frutti positivi arrivino presto” concludono le nostre fonti. (L.M.) (Agenzia Fides)

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Domenica, 06 Maggio 2018 22:04

SUD SUDAN Rilasciati 200 bambini soldato

5 maggio 2018 - L’impegno del governo per la pace e lo sviluppo.Oltre duecento bambini soldato (tra loro 95 ragazze), sono stati rilasciati e restituiti alle rispettive comunità lo scorso 28 aprile a Yambio, capitale dello Stato sudsudanese di Gbudue. Come appreso da Fides, è la seconda volta che bambini soldato vengono rilasciati nello Stato di Gbudue, infatti circa 300 ragazzi, incluse 75 ragazze, erano già state liberate a Yambio nel mese di febbraio 2018.

“Alcuni dei bambini rilasciati hanno raccontato di essere stati coinvolti in varie attività criminali mentre erano nella foresta. I piccoli erano stati sequestrati a scuola con la promessa di un generoso riscatto in denaro ma in realtà non sono mai stati pagati”, ha dichiarato l’emittente radiofonica Catholic Radio Network (CRN).

Per far fronte a questo fenomeno, il governatore dello stato di Gbudue, Daniel Badagbu Rimbasa, si è detto seriamente impegnato a lavorare per portare la pace e la stabilità nello Stato e nel Sud Sudan in generale, per creare un ambiente favorevole per i bambini. In una nota dei Vescovi cattolici delle nazioni dell’Africa orientale (AMECEA) pervenuta a Fides si legge che “Rimbasa ha fatto appello a tutti coloro che ancora detengono le armi affinché si uniscano al governo per la pace, lo sviluppo e la stabilità”.

Nel frattempo, il presidente pro tempre della Commissione per la mobilitazione del disarmo e la reintegrazione del Sud Sudan, Claude Obwaha Akasha, ha sottolineato che “i bambini dovrebbero andare a scuola e non essere consegnati ai soldati”. Come si evince dalla nota della CRN inviata a Fides, Akasha ha inoltre dichiarato che i bambini soldato rilasciati sono stati sottoposti a screening per varie malattie, hanno ricevuto materiale scolastico e saranno impegnati in alcuni corsi di formazione professionale. Secondo l’agenzia delle Nazioni Unite per l’Infanzia, circa 19.000 bambini risultano associati a vari gruppi armati in tutto il paese.

(AP) (4/5/2018 Agenzia Fides)


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Mercoledì, 18 Aprile 2018 21:06

SUD SUDAN Violenza e insicurezza

18 aprile 2018 - Urge maggiore sicurezza per gli operatori umanitari nel Paese . Violenza e insicurezza continuano a proliferare nel Paese africano. E’ di pochi giorni fa la notizia diffusa dall'agenzia stampa egiziana MENA dell’assassinio di due operatori umanitari nel Sud del Sudan. Uno degli operatori appartenenti all'Organizzazione per lo Sviluppo Industriale delle Nazioni Unite (UNIDO), ucciso vicino alla città di Leer, e l’altro dell'organizzazione Hope Restoration ucciso vicino alla città di Bentiu.

“Nel fine settimana, uomini armati hanno sparato a una ONG che trasportava cinque operatori umanitari lungo la strada Nhialdlu-Bentiu” si legge in una nota dei vescovi cattolici delle nazioni dell’Africa orientale (AMECEA) pervenuta a Fides.

In seguito a questi tragici episodi Alain Noudehou, coordinatore umanitario della zona, ha esortato le parti in conflitto a consentire la consegna sicura degli aiuti umanitari. Secondo quanto riferito dall’emittente Radio Bakhita, dell’arcidiocesi di Juba, Noudehou si è rivolto al governo e ai gruppi di opposizione per chiedere garanzia sulla sicurezza delle operazioni di aiuto degli operatori. Il coordinatore ha evidenziato i pericoli che gli operatori umanitari affrontano nel dare aiuto ogni giorno e ha chiesto che coloro che perpetuano atti atroci vengano consegnati alla giustizia.

Come si evince ancora dalla nota, Noudehou ha inoltre esortato il rilascio immediato e incondizionato di sette operatori umanitari rapiti da un gruppo armato mentre viaggiano da Kupera alle Contee di Lainya per consegnare rifornimenti ai centri sanitari. L’invito che il coordinatore umanitario rivolge alle parti in conflitto è quello di consentire accesso libero, sicuro e senza ostacoli per raggiungere milioni di sud sudanesi in difficoltà.

Dal 2013 sono almeno 98 gli operatori umanitari uccisi nel Sudan del Sud.

(AP) (14/4/2018 Agenzia Fides)

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Mercoledì, 07 Marzo 2018 21:10

SUD SUDAN Aiutare i leader a fare la pace

7 marzo 2018 - I Vescovi: Un ritiro spirituale per i nostri leader, per aiutarli a fare la pace. "Siamo insoddisfatti del fatto che i nostri leader, sia del governo che dell’opposizione, non siano stati in grado finora di mettere da parte i propri interessi e di fare la pace per il bene del popolo del Sud Sudan. Temiamo che i nostri leader non sappiano come fare la pace. Sono confusi. Sono militari che vedono il mondo attraverso la lente della violenza. Hanno bisogno di aiuto, non tanto di dettagli tecnici e politici, ma per avere il coraggio spirituale e morale di fare la pace” affermano i Vescovi del Sud Sudan in un messaggio pubblicato al termine della loro Assemblea Plenaria tenutasi nelle capitale Juba.

Il messaggio, giunto all’Agenzia Fides, è stato letto da Sua Ecc. Mons. Paulino Lukudo Loro, Arcivescovo di Juba, nella cattedrale di Santa Teresa.

“I nostri leader sono traumatizzati e quindi hanno bisogno di essere guariti da questo trauma”. Ma ancora più traumatizzata è la popolazione del Sud Sudan dopo più di quattro anni di una guerra insensata con la morte di migliaia di persone, causata dallo scontro tra la fazioni del Presidente Salva Kiir e quella capeggiata dall’ex Vice Presidente Riek Machar.

“Decine di migliaia di morti, milioni di persone sfollate; saccheggi, stupri, fame, collasso economico, violazione dello stato di diritto, distruzione delle infrastrutture della nazione, bambini ai quali è stata negata l'istruzione e famiglie prive all'assistenza sanitaria. Questo rappresenta un fallimento come Paese” sottolinea il testo.

I Vescovi propongono ai leader politici un ritiro spirituale per aiutarli a guarire dalla loro ferite. Come dice Mons. Lukudo Loro “come Vescovi cattolici promettiamo il nostro pieno sostegno a questo processo di guarigione che includerebbe un ritiro spirituale guidato da leader religiosi del Sud Sudan e non solo. Il tema del ritiro non sarà politico; sarebbe un ritiro di guarigione che porterà alla trasformazione personale per preparare i partecipanti ad affrontare la via della pace”.

I Vescovi sperano che il terzo round del forum di rivitalizzazione dell'accordo di pace 2015 sia un forum in cui i leader possano risolvere i loro interessi personali e politici e far sì che la pace diventi una realtà in Sud Sudan. "Ciò avverrà solo se i leader saranno pronti a cambiare i loro cuori e ad essere trasformati", ha concluso Mons. Lukudu Loro.

L’accordo di pace del 2015 è collassato nell’estate del 2016 quando le diverse fazioni ripresero a combattersi nella capitale Juba, costringendo Machar a scappare in esilio.

Il forum di rivitalizzazione dell’accordo di pace si dovrebbe tenere nella capitale etiopica, Addis Abeba, ma le autorità di Juba hanno accusato la cosiddetta Troika, USA, Gran Bretagna e Norvegia, di andare oltre il suo mandato di facilitare la mediazione, condizionando pesantemente il processo di pace. (L.M.) (Agenzia Fides 6/3/2018)

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Sabato, 25 Novembre 2017 14:35

AFRICA Veglia per la pace in Sud Sudan

25 novembre 2017 - “Le parole di Papa Francesco incoraggiano la nostra missione. Siamo contenti per le parole del Santo Padre e per il grande numero di fedeli che hanno partecipato al momento di preghiera” dice all’Agenzia Fides Suor Yudith Pereira Rico, della Congregazione delle Religiose di Gesù-Maria, Associate Executive Director di Solidarity with South Sudan, commentando la veglia di preghiera presieduta da Papa Francesco per la pace nel mondo e in particolare nel Sud Sudan e nella Repubblica Democratica del Congo, tenutasi ieri all'Altare della Cattedra nella Basilica Vaticana  

“Una cerimonia semplice alla quale hanno partecipato sacerdoti, religiosi e religiose, laici e famiglie intere. Siamo veramente contenti” dice Suor Yudith. “Papa Francesco ha pronunciato un discorso concreto e incisivo come è il suo stile. Per noi sono state parole importantissime che ci incoraggiano a proseguire nella nostra missione” dice la religiosa. “Stasera, con la preghiera, vogliamo gettare semi di pace nella terra del Sud Sudan e della Repubblica Democratica del Congo, e in ogni terra ferita dalla guerra” ha detto il Santo Padre. “Nel Sud Sudan avevo già deciso di compiere una visita, ma non è stato possibile. Sappiamo però che la preghiera è più importante, perché è più potente: la preghiera opera con la forza di Dio, al quale nulla è impossibile. Per questo ringrazio di cuore quanti hanno progettato questa veglia e si sono impegnati per realizzarla” ha affermato Papa Francesco. Egli ha auspicato: “Il Signore Risorto abbatta i muri dell’inimicizia che oggi dividono i fratelli, specialmente nel Sud Sudan e nella Repubblica Democratica del Congo. Soccorra le donne vittime di violenza nelle zone di guerra e in ogni parte del mondo. Salvi i bambini che soffrono a causa di conflitti a cui sono estranei, ma che rubano loro l’infanzia e a volte anche la vita”. “Quanta ipocrisia nel tacere o negare le stragi di donne e bambini! Qui la guerra mostra il suo volto più orribile” ha denunciato Papa Francesco.

“Anche le popolazioni del Sud Sudan e della Repubblica Democratica del Congo si sono sentite incoraggiate da questa iniziative. Sia nella RDC sia in Sud Sudan le rispettive Conferenze Episcopali avevano organizzato dei momenti di preghiera concomitanti con quello tenuto in Vaticano” ricorda Suor Yudith. “La cosa più importante è il fatto che le popolazione dei due Paesi si sono sentite incoraggiate dalla preghiera e dalla solidarietà di così tante persone di altre parti del mondo” sottolinea la religiosa.

La prossima iniziativa di Solidarity with South Sudan è la tavola rotonda che si terrà il 18 gennaio all’Università Urbaniana. “In quell’occasione vogliamo avanzare delle proposte di pace concrete” dice la religiosa. “Mostreremo delle testimonianze, registrate questa estate, di esempi di pace in Sud Sudan e nella RDC. Vi parteciperanno alcuni degli operatori pastorali impegnati in progetti di pace nei due Paesi, oltre ai Presidenti delle due Conferenze Episcopali. La domanda alla quale vogliamo rispondere è come possiamo fare la pace? Speriamo di riuscire ad avere delle risposte concrete” conclude Suor Yudith. (L.M.) (Agenzia Fides 24/11/2017)

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