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Mercoledì, 13 Novembre 2013 21:30

AFRICA Solidarietà con vittime del tifone

12 novembre - La tragedia che ha colpito le Filippine, sconvolte dal tifone Haiyan, ha suscitato commozione anche in Africa, in particolare in Libia dove vive una forte comunità di immigrati filippini. Come riferisce il quotidiano “Libya Herald” la locale associazione dei lavoratori filippini (Overseas Filipino Workers, OFW) ha avviato una raccolta fondi da inviare in patria per aiutare le vittime del tifone.

I fondi verranno raccolti con l’aiuto della Chiesa locale, in particolare a Bengasi.

La Southern African Catholic Bishops’ Conference (SACBC, che riunisce i Vescovi di Sudafrica, Botswana e Swaziland) ha inviato un messaggio di solidarietà alla Conferenza Episcopale delle Filippine.

Nel messaggio firmato da Sua Ecc. Mons. Stephen Brislin, Arcivescovo di Città del Capo e Presidente della SACBC, si assicura la preghiera per le vittime e si ricorda che è stata lanciato un appello ai fedeli di Botswana, Sudafrica e Swaziland perché siano concretamente solidali con coloro che sono rimasti colpiti dal disastro naturale. (L.M.) (Agenzia Fides 12/11/2013)

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14 ottobre - “L’invito di Papa Francesco ad andare verso le “periferie” ci esorta a vivere la chiamata dell’incarnazione nell’umiltà, nel servizio e con speranza” affermano i membri della Conférence des Evêques de la Région Nord de l’Afrique (CERNA) in un comunicato, pubblicato al termine della loro riunione che si è tenuta a Roma dal 6 al 9 ottobre.

I Vescovi del Nord Africa, che il 9 ottobre hanno partecipato all’Udienza generale con il Santo Padre, ricordando che Papa Francesco li ha incoraggiati a “consolidare le relazioni fraterne con i musulmani”.

Nel corso della loro riunione i partecipanti hanno condiviso le esperienze che vivono le singole chiese nei diversi Paesi della regione. La mancanza di sicurezza in Libia “ha avuto come conseguenza che la maggior parte delle comunità di religiose chiamate a operare nella sanità pubblica dalle autorità libiche sono state pregate di lasciare il Paese”. Il Vicario Apostolico di Tripoli, Mons. Giovanni Innocenzo Martinelli, ha affermato: “Non avrei mai pensato che la Libia potesse un giorno conoscere una tale situazione (…), non abbiamo fatto niente contro di essa. Per me è una sofferenza terribile. Anche se non comprendo il disegno di Dio attraverso tutto ciò, con i miei fratelli e sorelle che sono rimasti, mi sforzo di perseverare nella speranza”.

Dagli altri Paesi nordafricani giungono segnali incoraggianti come l’arrivo di diverse comunità religiose nella diocesi algerina di Laghouat-Ghardaïa, la presenza di numerosi frati francescani, di Figlia della Carità e di Carmelitane nella diocesi marocchina di Rabat (che ha anche stipulato una convenzione con la Custodia francescana), e la creazione dell’Istituto Ecumenico di Teologia Al Mowafaqa da parte di questa diocesi e della Chiesa Evangelica del Marocco.

Sul tema dell’immigrazione, anche alla luce del recente dramma di Lampedusa, la CERNA sottolinea che occorre “andare oltre alla semplice assistenza che rimane indispensabile in caso di urgenza (la pastorale del Buon Samaritano), perché bisogna considerare il fenomeno migratorio nella sua globalità, nelle sue cause, nei suoi effetti, nelle sue conseguenze, e di discernere i giusti mezzi per sostenere le persone migranti”. “A questo proposito constatiamo che i nostri Paesi sono diventati anche Paesi d’immigrazione e non solo Paesi di emigrazione e di transito” conclude il comunicato rallegrandosi con l’adozione da parte del Marocco di una “politica migratoria che mira all’integrazione dei migranti, nel rispetto dei diritti umani”. (L.M.) (Agenzia Fides 14/10/2013)

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Mercoledì, 09 Ottobre 2013 17:05

AFRICA Di più i miliardari Di più i poveri

9 ottobre - I ricchi in Africa sono sempre di più. Proprio come i poveri. Lo conferma Ventures, rivista panafricana con il pallino degli affari che ha appena pubblicato una mappa dei 55 Paperon de’ Paperoni del continente.

Il primo della lista è il nigeriano Aliko Dangote, capace di mettere insieme una fortuna di oltre 20 miliardi di dollari grazie ad attività industriali che vanno dai cementifici agli zuccherifici e abbracciano una bella fetta di continente. Dangote guida la pattuglia dei ricconi nigeriani, ben 20, più dei nove sudafricani e dei nove egiziani. Da segnalare la presenza in classifica del sudafricano Nicky Oppenheimer, fino a due anni fa titolare di una partecipazione nel colosso dei diamanti De Beers. Tra le donne al primo posto c’è la nigeriana Folorunsho Alakija, divenuta magnate del petrolio dopo aver studiato a Londra e firmato abiti di moda per la moglie del presidente-dittatore Ibrahim Babangida.

Secondo il direttore di Ventures, Chi-Chi Okonjo, stilare la classifica è stato difficile perché i miliardari non amano pubblicizzare la propria fortuna. Il perché lo si capisce accostando i dati di Ventures con quelli pubblicati ad aprile dalla Banca mondiale. Complice l’incremento demografico, negli ultimi 30 anni in Africa il numero delle persone che vivono in condizioni di povertà estrema è aumentato da 205 a 414 milioni. [VG] © 2013 MISNA

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Martedì, 04 Giugno 2013 12:02

Un mese in Africa

Martina Bolognesi, una ragazza di Cervia che è partita per un esperienza missionaria in Ciad, scrive dall’Africa agli amici del Centro Missionario di Ravenna. Da “RisVeglio Duemila” – 27 aprile 2013 …” sto vivendo un mese di missione in Africa, presso le Suore della Carità a Goundi (Ciad). La realtà che ho trovato al mio arrivo è sicuramente quella della povertà, ma stando a contatto con la gente del posto ed interagendo con essa sono stata travolta dal loro entusiasmo e dalla loro allegria.

È bello vedere che, pur non avendo nulla, le persone vivono la vita come un dono e ringraziano sempre per ciò che ricevono dalle suore. Infatti, è proprio grazie a loro e ai missionnari che in questi anni sono state costruite strutture per i giovani e i bisognosi, ad esempio, la scuola elementare, un collegio femminile per gli studi secondari, un ospedale, una scuola per infermieri e un centro nutrizionale che accoglie orfani e bambini malnutriti. Il lavoro delle suore è fondamentale perché grazie ai loro sforzi e alla loro costanza hanno insegnato a tanti bambini l’importanza dello studio, del lavoro e dell’onestà.

Tra i cristiani del posto viene spesso utilizzata l’espressione “bon Karì” che sta a significare: va tutto bene, non ti preoccupare, Dio è con noi!

Questa espressione racchiude al meglio il loro modo di pensare, poiché contiene al suo interno l’altruismo nel rassicurare l’altro prima di ogni altra cosa, l’ottimismo nel voler trovare il positivo nelle situazioni che si presentano e la loro forte fede.

I ciadiani dovrebbero essere un esempio per noi “nati nella parte fortunata del mondo”, loro sono la dimostrazione vivente che ciò che conta non sono le ricchezze materiali ma quelle dell’anima e dei sentimenti.

 

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Giovedì, 30 Maggio 2013 08:03

AFRICA L’economia va la povertà resta

29 maggio - L’economia dell’Africa cresce, ma non tanto da ridurre la povertà. Economia in crescita, ma non come prima della crisi cominciata nel 2008 e non abbastanza da ridurre i livelli di povertà: lo sostengono gli autori di un rapporto realizzato dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico insieme con altre istituzioni internazionali e africane.

“Uno sviluppo umano più equo – si sottolinea nello studio – sarà possibile solo se i paesi africani accelereranno la loro trasformazione economica in modo da diventare più competitivi e creare migliori opportunità di lavoro”.

Secondo i ricercatori, il Prodotto interno lordo del continente dovrebbe aumentare del 4,8% quest’anno e del 5,3% nel 2014. Dati che indicano un rallentamento rispetto a +6,6% del 2012 e che sono inferiori alla soglia del +7% indicata nello studio come necessaria per ridurre i tassi di povertà in una regione del mondo dove la popolazione aumenta ogni anno del 2%.

A pesare sullo sviluppo economico-sociale del continente è anche un flusso di capitali in uscita che, secondo i ricercatori, ha raggiunto l’anno scorso un valore di 186 miliardi di dollari. Una perdita, questa, che non sono riusciti a compensare né le rimesse dei migranti (60 miliardi) né gli aiuti dei governi stranieri (56 miliardi). (Misna 29 maggio 2013)

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Lunedì, 27 Maggio 2013 21:25

26 maggio Brasile via debito con Africa

“Mantenere una relazione speciale con l’Africa è di importanza strategica per il Brasile”: un portavoce di Dilma Roussef, la presidente del colosso latinoamericano, ha spiegato in questi termini l’annuncio della cancellazione o della “ristrutturazione” del debito contratto da 12 paesi sub-sahariani.

Il provvedimento di Brasilia, relativo a una somma complessiva di circa 900 milioni di dollari, è stato annunciato nel fine-settimana a margine delle celebrazioni di Addis Abeba per il 50° anniversario della nascita dell’Organizzazione dell’Unità Africana (OUA).

Della misura beneficeranno anzitutto Repubblica del Congo, Tanzania e Zambia, paesi indebitati rispettivamente per 352, 237 e 113 milioni di dollari. La cancellazione o la “ristrutturazione” del debito, vale a dire un abbassamento dei tassi di interesse o una proroga dei tempi di pagamento, riguarderanno anche Costa d’Avorio, Gabon, Guinea, Guinea Bissau, Mauritania, Repubblica Democratica del Congo, Saõ Tomé e Principe, Senegal e Sudan.

Nel fine-settimana la Rousseff ha effettuato il suo terzo viaggio in Africa negli ultimi tre mesi. Tra il 2000 e il 2012 il valore degli scambi tra il Brasile e il continente è aumentato in modo esponenziale, passando da cinque a oltre 26 miliardi di dollari. La presenza del paese latinoamericano nell’area sub-sahariana è particolarmente forte nel settore delle infrastrutture e nell’industria petrolifera e mineraria (Agenzia Misna)

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Lunedì, 20 Maggio 2013 14:12

20 maggio Dal parlamento panafricano

L’Africa condivide valori comuni” dice Bethel Nnaemeka Amadi, il deputato nigeriano che presiede il parlamento panafricano. Comincia da qui quando la MISNA gli chiede del tema del “rinascita” scelto per le celebrazioni del 50° anniversario dell’inizio dell’integrazione politica del continente.

Sabato prossimo incontri e cerimonie sono in programma in tante citta’, da Algeri ad Addis Abeba, dove il 25 maggio 1963 nacque l’Organizzazione dell’Unità Africana (OUA). Amadi, però, guarda soprattutto al futuro. A quei passi, sul piano dell’integrazione economica e politica, della crescita democratica e civile, che restano ancora da compiere.

Presidente, perché è importante che il parlamento panafricano acquisti poteri legislativi?

“Perché solo così sarà in grado di applicare le politiche dell’Unione Africana. Mentre procede l’integrazione del continente ci devono essere leggi comuni che regolino settori cruciali come il commercio, i cambiamenti climatici, la gestione transnazionale delle risorse idriche o i flussi migratori. Gli Stati membri dell’UA devono avere una cornice chiara entro la quale operare. Oggi il commercio tra i paesi dell’Africa è ostacolato da norme sull’immigrazione e sulle tariffe doganali adottate dai governi senza alcun coordinamento tra loro. Per favorire il libero scambio dei beni, il movimento delle persone e lo spostamento dei capitali bisogna uniformare le regole. Il colonialismo ci ha lasciato in eredità 54 Stati e una frammentazione politica estrema. Un commerciante che vuole esportare i suoi prodotti dalla Nigeria alla Liberia, tanto per fare un esempio, deve avere a che fare con le dogane di cinque paesi diversi; il risultato è che i costi si moltiplicano e l’affare non conviene più. Organizzazioni sub-regionali come la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas/Cedeao) stanno già facendo qualcosa; ma ora serve un’azione decisa a livello continentale”.

Anche sul piano della democrazia c’è molto da fare. Dopo i golpe in Mali e in Guinea Bissau, quest’anno nella Repubblica Centrafricana è stato rovesciato un altro governo eletto…

“Queste situazioni di crisi sono un motivo di preoccupazione. Ma il problema va affrontato, per così dire, alla base. Come parlamento panafricano dobbiamo contribuire a creare in tutto il continente un ambiente favorevole al buon governo. Uno strumento utile è la Carta africana per la democrazia, le elezioni e il buon governo. Si tratta di un documento già approvato dai capi di Stato e di governo dei paesi membri dell’Unione, che ora il parlamento panafricano sta cercando di far conoscere. Superata la soglia delle 15 ratifiche nazionali, la Carta oggi può finalmente entrare in vigore. Noi vogliamo però che i suoi principi vengano recepiti nelle Costituzioni dei singoli Stati. Penso anzitutto all’impegno a tenere elezioni trasparenti e libere a intervalli di tempo regolari. Un aspetto fondamentale, perché sempre di più le consultazioni popolari sono un fattore di instabilità. L’apertura dello spazio politico e la partecipazione di tutti i soggetti sono condizioni necessarie perché dalle elezioni emergano governi che abbiano il sostegno di una maggioranza vera. E la pace, è evidente, è il presupposto di qualsiasi sviluppo economico e sociale”.

Quali sono gli altri punti della Carta?

“La sospensione immediata dall’Unione Africana di quei paesi dove si siano verificati cambiamenti incostituzionali di governo e dove non siano rispettati i diritti umani e delle minoranze. Al di là dei singoli aspetti, però, la Carta fissa un nuovo standard continentale. Nessun governo potrà più negare la libertà di partecipare ai processi politici appellandosi alle ‘tradizioni nazionali’. Una volta per tutte, sono definiti i valori comuni che devono ispirare l’azione dei governi dell’Africa”. (fonte: Misna)

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Venerdì, 17 Maggio 2013 23:58

17 maggio A Cannes due film africani

Sono il ciadiano Mahamat-Saleh Haroun e il franco-tunisino Abdellatif Kechiche a difendere i colori del cinema africano al Festival di Cannes. Entrambi sono in gara per la prestigiosa Palma d’Oro che il 26 maggio verrà assegnata al miglior lungometraggio.

Solo tre anni dopo la sua prima partecipazione, Haroun ritorna sulla Croisette con “Grigris”, dal nome del suo eroe: un giovane di 25 anni che sogna di diventare ballerino nonostante una paralisi alla gamba. Ma il ragazzo, per aiutare lo zio ammalato, deve rinunciare al traguardo, costretto a sopravvivere grazie a traffici di vario genere. Nel 2010 il regista ciadiano ottenne il premio della Giuria con “Un homme qui crie” (Un uomo che grida).

Con “La Vie d’Adèle”, è la prima volta che Kechiche cammina sul tappeto rosso di Cannes, dopo varie presenze alla Mostra di Venezia con “La Graine et le mulet” (Il seme e il mulo) e la “Vénus noire” (Venere nera). Al festival del sud della Francia presenterà un’insolita storia d’amore tratta da un fumetto di Julie Maroh.

C’è anche grande attesa per la proiezione di “Zulu”, realizzato in Sudafrica dal regista francese Jérôme Salle. Il film è centrato su una pericolosa inchiesta di due poliziotti, un zulu e un afrikaner nelle township di Città del Capo: uno spaccato socio-culturale del Sudafrica post-apartheid e delle sue tante contraddizioni (fonte Misna)

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Mercoledì, 15 Maggio 2013 18:24

15 maggio Sudan Truppe ciadiane

Sale la tensione in Darfur, dove i vertici del Movimento per la Giustizia e l’uguaglianza (Jem) hanno accusato le truppe ciadiane di aver passato il confine dirette verso le roccaforti del gruppo, nel nord della regione.

Il portavoce del gruppo Gibreel Adam Bilal ha ammonito l’ex alleato, il presidente Idriss Deby, di “conseguenze catastrofiche” nel caso di un coinvolgimento dei suoi militari nel conflitto sudanese. La vicenda si inserisce in un clima di accuse e interrogativi sollevati dopo l’uccisione – la scorsa settimana – di Mohammed Bashar, capo di una fazione dissidente del Jem che aveva avviato un negoziato di pace con Khartoum. I suoi fedelissimi sostengono che l’agguato in cui Bashar e il suo vice sono stati uccisi si è verificato in territorio ciadiano.

Sostenitore del Jem durante gli anni del conflitto in Darfur e mediatore del negoziato di pace di Doha, Deby ha interrotto le sue relazioni con il gruppo ribelle in modo plateale nel 2011, negando all’allora leader del movimento Khalil Ibrahim, in fuga dalla Libia in preda alla rivoluzione contro Muammar Gheddafi, di riparare a N’djamena.

Ieri, per la prima volta dalla morte di Kahlil nel dicembre 2011, Bilal ha accusato il Ciad di essere dietro la sua uccisione e ammonito che “il Jem riterrà Deby direttamente responsabile della morte di altri leader del gruppo che si dovessero verificare nei prossimi giorni”.

Il portavoce del movimento si è spinto oltre, accusando chiaramente il governo di N’djamena di essere responsabile di “crimini di guerra commessi durante il conflitto in Darfur” tra il 2003 e il 2007, affermando di avere “le prove del coinvolgimento di Deby, da consegnare alla Corte penale internazionale”. (Agenzia Misna)

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Una voce da Berberati: “Anche qui la gente vive nella paura e sta morendo di fame dopo l’arrivo in città dei combattenti della Seleka che dettano legge per le strade. A due mesi dal colpo di stato la situazione sta peggiorando sempre di più, ma delle violenze e saccheggi commessi a Berberati nessuno parla”: lo dicono alla MISNA fonti religiose e umanitarie contattate nella seconda città del Centrafrica, 600 chilometri a sud della capitale Bangui, nodo importante per il commercio con il vicino Camerun. Per motivi di sicurezza gli interlocutori della MISNA preferiscono rimanere anonimi ma vogliono comunicare a tutti i costi la “disperazione” degli abitanti della città sud-occidentale, polo della produzione di diamanti e legno.

“Il nostro dramma è cominciato quel 24 marzo, il giorno del colpo di stato, quando l’esercito regolare (Faca) è scappato da Bangui per cercare di rifugiarsi in Camerun. Alcuni soldati sono riusciti a varcare il confine ma altri, inseguiti dai ribelli, si sono nascosti a Berberati” prosegue la fonte locale, raccontando che “la popolazione è stata presa tra l’includine e il martello”. I miliziani della coalizione Seleka – la ribellione del nord che ha cominciato la sua offensiva contro il potere di François Bozizé lo scorso dicembre – hanno commesso saccheggi e violenze nelle operazioni di ricerca di soldati in fuga mentre per le strade della città ci sono stati combattimenti tra le due parti. Secondo alcuni bilanci ufficiali a Berberati almeno otto persone sono rimaste uccise e una ventina ferite.

“Oggi viviamo ancora nell’insicurezza: i ribelli non esitano ad aprire il fuoco se qualcosa non gli sta bene. Qualche sera fa un proiettile vagante ha trafitto il tetto di paglia di un’abitazione, uccidendo nel sonno una bambina di quattro anni” dicono ancora i testimoni locali, aggiungendo che “le esecuzioni sommarie sono all’ordine del giorno. Poi di notte i miliziani entrano con la forza nelle abitazioni”. Dall’arrivo al potere dell’ex capo militare Michel Djotodia, eletto presidente con un voto scontato del Consiglio nazionale di transizione (Cnt), le esazioni commesse dai combattenti della Seleka sono state più volte denunciate a Bangui e nelle principali località del centro e del nord del paese, ma della situazione che prevale a sud non si hanno notizie, o quasi. “Un’altra cosa grave è stata la complicità delle autorità locali, sindaco e prefetto in testa, che hanno stretto la mano alla Seleka. Ci è stato detto che se volevamo impedire che i ribelli bruciassero le nostre case dovevamo dare dei soldi, e così è stata organizzata una raccolta fondi” proseguono le fonti locali.

A Berberati le attività economiche e commerciali sono quasi del tutto ferme e i viveri scarseggiano. “Le banche sono chiuse da quasi due mesi, quindi non abbiamo contanti per poter fare i nostri acquisti, anche se a dire il vero non si trova quasi nulla nei negozi. La gente va nel bosco per raccogliere legumi e foglie di manioca che poi vengono cotte” raccontano ancora dalla città sud-occidentale dove i bambini non vanno più a scuola “anche perché i genitori temono che vengano rapiti dai ribelli”. E’ anche a causa dell’insicurezza diffusa che le poche organizzazioni umanitarie attive sul posto hanno sospeso le proprie attività. “Ci sentiamo sempre più soli e isolati. La storia si sta ripetendo, come quando nel 2003 ci fu il colpo di stato che portò al potere Bozizé. Non c’è più speranza di fronte a un tale passo indietro per il nostro paese” concludono le fonti locali della MISNA, confermando che anche i ribelli presenti a Berberati sono quasi tutti ciadiani o sudanesi. Nelle ultime settimane la città ha anche accolto decine di giovani scappati da Bangui: per ottenere mezzi di sostentamento gli uomini della Seleka utilizzerebbero la pratica del rapimento, chiedendo alle famiglie cospicui riscatti. (Misna 14 maggio)

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