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 MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA 105ma GIORNATA MONDIALE DEL MIGRANTE E DEL RIFUGIATO 2019 
[29 settembre 2019]

“Non si tratta solo di migranti”

Cari fratelli e sorelle,

la fede ci assicura che il Regno di Dio è già presente sulla terra in modo misterioso (cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. Gaudium et spes, 39); tuttavia, anche ai nostri giorni, dobbiamo con dolore constatare che esso incontra ostacoli e forze contrarie. Conflitti violenti e vere e proprie guerre non cessano di lacerare l’umanità; ingiustizie e discriminazioni si susseguono; si stenta a superare gli squilibri economici e sociali, su scala locale o globale. E a fare le spese di tutto questo sono soprattutto i più poveri e svantaggiati.

Le società economicamente più avanzate sviluppano al proprio interno la tendenza a un accentuato individualismo che, unito alla mentalità utilitaristica e moltiplicato dalla rete mediatica, produce la “globalizzazione dell’indifferenza”. In questo scenario, i migranti, i rifugiati, gli sfollati e le vittime della tratta sono diventati emblema dell’esclusione perché, oltre ai disagi che la loro condizione di per sé comporta, sono spesso caricati di un giudizio negativo che li considera come causa dei mali sociali. L’atteggiamento nei loro confronti rappresenta un campanello di allarme che avvisa del declino morale a cui si va incontro se si continua a concedere terreno alla cultura dello scarto. Infatti, su questa via, ogni soggetto che non rientra nei canoni del benessere fisico, psichico e sociale diventa a rischio di emarginazione e di esclusione.

Per questo, la presenza dei migranti e dei rifugiati – come, in generale, delle persone vulnerabili – rappresenta oggi un invito a recuperare alcune dimensioni essenziali della nostra esistenza cristiana e della nostra umanità, che rischiano di assopirsi in un tenore di vita ricco di comodità. Ecco perché “non si tratta solo di migranti”, vale a dire: interessandoci di loro ci interessiamo anche di noi, di tutti; prendendoci cura di loro, cresciamo tutti; ascoltando loro, diamo voce anche a quella parte di noi che forse teniamo nascosta perché oggi non è ben vista.

«Coraggio, sono io, non abbiate paura!» (Mt 14,27). Non si tratta solo di migranti: si tratta anche delle nostre paure. Le cattiverie e le brutture del nostro tempo accrescono «il nostro timore verso gli “altri”, gli sconosciuti, gli emarginati, i forestieri […]. E questo si nota particolarmente oggi, di fronte all’arrivo di migranti e rifugiati che bussano alla nostra porta in cerca di protezione, di sicurezza e di un futuro migliore. È vero, il timore è legittimo, anche perché manca la preparazione a questo incontro» (Omelia, Sacrofano, 15 febbraio 2019). Il problema non è il fatto di avere dubbi e timori. Il problema è quando questi condizionano il nostro modo di pensare e di agire al punto da renderci intolleranti, chiusi, forse anche – senza accorgercene – razzisti. E così la paura ci priva del desiderio e della capacità di incontrare l’altro, la persona diversa da me; mi priva di un’occasione di incontro col Signore (cfr Omelia nella Messa per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, 14 gennaio 2018).

«Se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani?» (Mt 5,46). Non si tratta solo di migranti: si tratta della carità. Attraverso le opere di carità dimostriamo la nostra fede (cfr Gc 2,18). E la carità più alta è quella che si esercita verso chi non è in grado di ricambiare e forse nemmeno di ringraziare. «Ciò che è in gioco è il volto che vogliamo darci come società e il valore di ogni vita. […] Il progresso dei nostri popoli […] dipende soprattutto dalla capacità di lasciarsi smuovere e commuovere da chi bussa alla porta e col suo sguardo scredita ed esautora tutti i falsi idoli che ipotecano e schiavizzano la vita; idoli che promettono una felicità illusoria ed effimera, costruita al margine della realtà e della sofferenza degli altri» (Discorso presso la Caritas Diocesana di Rabat, 30 marzo 2019).

«Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e ne ebbe compassione» (Lc 10,33). Non si tratta solo di migranti: si tratta della nostra umanità. Ciò che spinge quel Samaritano – uno straniero rispetto ai giudei – a fermarsi è la compassione, un sentimento che non si spiega solo a livello razionale. La compassione tocca le corde più sensibili della nostra umanità, provocando un’impellente spinta a “farsi prossimo” di chi vediamo in difficoltà. Come Gesù stesso ci insegna (cfr Mt 9,35-36; 14,13-14; 15,32-37), avere compassione significa riconoscere la sofferenza dell’altro e passare subito all’azione per lenire, curare e salvare. Avere compassione significa dare spazio alla tenerezza, che invece la società odierna tante volte ci chiede di reprimere. «Aprirsi agli altri non impoverisce, ma arricchisce, perché aiuta ad essere più umani: a riconoscersi parte attiva di un insieme più grande e a interpretare la vita come un dono per gli altri; a vedere come traguardo non i propri interessi, ma il bene dell’umanità» (Discorso nella Moschea “Heydar Aliyev”di Baku, Azerbaijan, 2 ottobre 2016).

«Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli» (Mt 18,10). Non si tratta solo di migranti: si tratta di non escludere nessuno. Il mondo odierno è ogni giorno più elitista e crudele con gli esclusi. I Paesi in via di sviluppo continuano ad essere depauperati delle loro migliori risorse naturali e umane a beneficio di pochi mercati privilegiati. Le guerre interessano solo alcune regioni del mondo, ma le armi per farle vengono prodotte e vendute in altre regioni, le quali poi non vogliono farsi carico dei rifugiati prodotti da tali conflitti. Chi ne fa le spese sono sempre i piccoli, i poveri, i più vulnerabili, ai quali si impedisce di sedersi a tavola e si lasciano le “briciole” del banchetto (cfr Lc 16,19-21). «La Chiesa “in uscita” [...] sa prendere l’iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 24). Lo sviluppo esclusivista rende i ricchi più ricchi e i poveri più poveri. Lo sviluppo vero è quello che si propone di includere tutti gli uomini e le donne del mondo, promuovendo la loro crescita integrale, e si preoccupa anche delle generazioni future.

«Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti» (Mc 10,43-44). Non si tratta solo di migranti: si tratta di mettere gli ultimi al primo posto. Gesù Cristo ci chiede di non cedere alla logica del mondo, che giustifica la prevaricazione sugli altri per il mio tornaconto personale o quello del mio gruppo: prima io e poi gli altri! Invece il vero motto del cristiano è “prima gli ultimi!”. «Uno spirito individualista è terreno fertile per il maturare di quel senso di indifferenza verso il prossimo, che porta a trattarlo come mero oggetto di compravendita, che spinge a disinteressarsi dell’umanità degli altri e finisce per rendere le persone pavide e ciniche. Non sono forse questi i sentimenti che spesso abbiamo di fronte ai poveri, agli emarginati, agli ultimi della società? E quanti ultimi abbiamo nelle nostre società! Tra questi, penso soprattutto ai migranti, con il loro carico di difficoltà e sofferenze, che affrontano ogni giorno nella ricerca, talvolta disperata, di un luogo ove vivere in pace e con dignità» (Discorso al Corpo Diplomatico, 11 gennaio 2016). Nella logica del Vangelo gli ultimi vengono prima, e noi dobbiamo metterci a loro servizio.

«Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10). Non si tratta solo di migranti: si tratta di tutta la persona, di tutte le persone. In questa affermazione di Gesù troviamo il cuore della sua missione: far sì che tutti ricevano il dono della vita in pienezza, secondo la volontà del Padre. In ogni attività politica, in ogni programma, in ogni azione pastorale dobbiamo sempre mettere al centro la persona, nelle sue molteplici dimensioni, compresa quella spirituale. E questo vale per tutte le persone, alle quali va riconosciuta la fondamentale uguaglianza. Pertanto, «lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo, deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo» (S. Paolo VI, Enc. Populorum progressio, 14).

«Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio» (Ef 2,19). Non si tratta solo di migranti: si tratta di costruire la città di Dio e dell’uomo. In questa nostra epoca, chiamata anche l’era delle migrazioni, sono molte le persone innocenti che cadono vittime del “grande inganno” dello sviluppo tecnologico e consumistico senza limiti (cfr Enc. Laudato si’, 34). E così si mettono in viaggio verso un “paradiso” che inesorabilmente tradisce le loro aspettative. La loro presenza, a volte scomoda, contribuisce a sfatare i miti di un progresso riservato a pochi, ma costruito sullo sfruttamento di molti. «Si tratta, allora, di vedere noi per primi e di aiutare gli altri a vedere nel migrante e nel rifugiato non solo un problema da affrontare, ma un fratello e una sorella da accogliere, rispettare e amare, un’occasione che la Provvidenza ci offre per contribuire alla costruzione di una società più giusta, una democrazia più compiuta, un Paese più solidale, un mondo più fraterno e una comunità cristiana più aperta, secondo il Vangelo» (Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2014).

Cari fratelli e sorelle, la risposta alla sfida posta dalle migrazioni contemporanee si può riassumere in quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Ma questi verbi non valgono solo per i migranti e i rifugiati. Essi esprimono la missione della Chiesa verso tutti gli abitanti delle periferie esistenziali, che devono essere accolti, protetti, promossi e integrati. Se mettiamo in pratica questi verbi, contribuiamo a costruire la città di Dio e dell’uomo, promuoviamo lo sviluppo umano integrale di tutte le persone e aiutiamo anche la comunità mondiale ad avvicinarsi agli obiettivi di sviluppo sostenibile che si è data e che, altrimenti, saranno difficilmente raggiunti.

Dunque, non è in gioco solo la causa dei migranti, non è solo di loro che si tratta, ma di tutti noi, del presente e del futuro della famiglia umana. I migranti, e specialmente quelli più vulnerabili, ci aiutano a leggere i “segni dei tempi”. Attraverso di loro il Signore ci chiama a una conversione, a liberarci dagli esclusivismi, dall’indifferenza e dalla cultura dello scarto. Attraverso di loro il Signore ci invita a riappropriarci della nostra vita cristiana nella sua interezza e a contribuire, ciascuno secondo la propria vocazione, alla costruzione di un mondo sempre più rispondente al progetto di Dio.

È questo l’auspicio che accompagno con la preghiera invocando, per intercessione della Vergine Maria, Madonna della Strada, abbondanti benedizioni su tutti i migranti e i rifugiati del mondo e su coloro che si fanno loro compagni di viaggio.

Dal Vaticano, 27 maggio 2019

Francesco

 

Pubblicato in Riflessioni condivise
Mercoledì, 01 Agosto 2018 18:15

EUROPA Migranti e Islam

1 agosto 2018 - Cosa deve fare l’Europa? Un’intervista al grande islamologo gesuita p. Samir Khalil Samir. L’urgenza di una separazione fra politica e religione nell’islam. I casi di Egitto e Siria. La guerra in Iraq (e in Siria) è anzitutto una guerra intra-islamica. I Paesi europei devono spingere i Paesi islamici ad attuare l'uguaglianza tra tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro religione, e l'uguaglianza assoluta tra uomini e donne.

Ai migranti che giungono in Europa non bisogna dare solo un pane e il tetto, ma anche offrire il meglio della nostra cultura, testimoniare l’ideale cristiano della fratellanza. E a partire dalla scuola, educare al rispetto fra europei e migranti, ragazzi e ragazze, cristiani e non cristiani. È uno dei suggerimenti che p. Samir Khalil Samir offre in quest’intervista che mette a fuoco i problemi e le possibili soluzioni per una convivenza fra cristiani e musulmani, nel Paesi arabi e in Europa.

1. L'islam è una religione di pace?

Sì e no! Nel Corano, come nel comportamento di Maometto, troviamo sia un atteggiamento pacifico che un atteggiamento violento. Quando non aveva ancora potere, Maometto entrò alla Mecca in modo pacifico. Nella seconda fase della sua vita, a Medina, ha fatto la guerra e organizzato razzie. Questo corrispondeva alle usanze comuni in Arabia.

Da notare che la parola “razzia” (che ritroviamo in varie lingue occidentali), viene dalla parola araba “ghazwa”, che significa proprio “attacco guerriero”. La prima biografia musulmana di Maometto, scritta da Abū 'Abdallāh Muḥammad ibn ʻUmar al-Wāqidī (747-823), s’intitola Kitāb al-maghāzī, cioè “libro delle razzie”.

Dopo la sua morte, i musulmani hanno seguito il suo metodo e hanno conquistato con successo altri Paesi, anche se erano in minoranza numerica.

Poiché l'Islam è un progetto globale, sia religioso che sociale e politico, nelle nuove società conquistate, essenzialmente popolate da cristiani, i musulmani sono stati ansiosi di imporre i loro standard islamici, influenzati in modo pesante dalle tradizioni beduine.

2. I critici dicono che l'islam non è solo religione, ma anche ideologia politica. Ci può essere un islam apolitico?

L'Islam è un progetto sociale globale. All’inizio esso è stato un progetto religioso, lanciato da Muhammad, il quale ha spinto i suoi contemporanei ad abbandonare il culto delle varie divinità per riconoscere un unico Dio, Allāh. È chiaro che a quel tempo l'esistenza di Ebrei e Cristiani nella penisola arabica ha avuto un ruolo significativo in diverse regioni, facilitando questa evoluzione.

Ma l’Islam è anche un progetto sociale e politico: sociale, per conformarsi ai costumi beduini, con tutte le sue tradizioni e norme; politico, per unire la comunità grazie a un nuovo progetto unico, l’esistenza di un unico Dio onnipotente! Di conseguenza, il progetto islamico comprende sia le dimensioni religiose, sia quelle politiche. E questo è il grande e vero problema fino ad oggi!

Al presente, esistono alcuni Stati a maggioranza musulmana che fanno la distinzione tra religione e politica. La Siria, per esempio, è un Paese musulmano al 90%, che ha però una costituzione laica, la quale fu redatta su richiesta del presidente Hafez al-Assad, nel 1973. L’autore è un cristiano ortodosso, Michel Aflaq, che aveva fondato nel 1947, con Salah al-Bittar, il partito Baath. Il presidente è sempre un musulmano, ma l'islam non è la religione di Stato. Ogni cittadino segue la sua religione, ma le norme della Costituzione valgono per tutti e si applicano a tutti: musulmani, cristiani, ebrei, atei… L'ideologia di fondo è caratterizzata dal panarabismo socialista, che pretende di essere secolare, e cerca di distinguere tra religione e politica.

Potremmo anche citare la Tunisia sotto Bourguiba, che, anche se musulmana, nel 1956 ha introdotto una certa laicità e soprattutto un’uguaglianza assoluta tra uomini e donne.

In entrambi i casi, l'influenza della presenza francese in questi due Paesi ha avuto un ruolo cruciale.

3. Politica e Chiesa in Europa come devono affrontare il mondo musulmano? Come può funzionare il dialogo?

Nei rapporti con tutti gli Stati, compresi i Paesi musulmani, si dovrebbero sempre applicare due principi fondamentali: l'uguaglianza tra tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro religione; l'uguaglianza assoluta tra uomini e donne. Questo è il fondamento della dignità umana.

Di conseguenza, non è possibile distinguere tra un musulmano, un cristiano, un ebreo, un indù o un non religioso o ateo. Tutti hanno gli stessi diritti e gli stessi doveri verso lo Stato, davanti alla legge. Non ci sono privilegi o eccezioni. La costituzione tocca tutti i cittadini. Ugualmente, tutti gli articoli della costituzione valgono per uomini e donne, i quali hanno gli stessi diritti e gli stessi obblighi previsti dalla legge.

Gli Stati europei dovrebbero chiedere che questi due principi siano attualizzati ed applicati, nelle loro relazioni con tutti gli Stati musulmani, compresa l'Arabia Saudita. Va da sé che i Paesi che osano fare questo corrono il rischio di essere penalizzati, rispetto ad altri Paesi. È quindi importante che tale decisione venga presa congiuntamente da tutti i Paesi europei, per evitare disparità tra di loro.

Ciò presuppone, inoltre, che l'Unione Europea abbia istituito un comitato congiunto per monitorare l'applicazione della presente decisione, per evitare che questi principi siano solo affermati in teoria e non in pratica.

4. Cristiani nei Paesi islamici: in questi anni abbiamo assistito a casi spettacolari di violenza e terrore degli islamisti.

Questa è una realtà ovvia. Per definizione, gli islamisti sono musulmani estremisti, che si differenziano nettamente dagli altri musulmani per il loro fanatismo e l'ottusa interpretazione di certe tradizioni. Ciò porta a una palese ingiustizia verso i cristiani.

Sulla base di quanto ho detto prima, l'Europa deve insistere in modo sistematico sull'assoluta parità di trattamento tra musulmani, cristiani e altri. Perciò, non si può stabilire delle differenze di trattamento, né a causa della religione, né a causa del sesso, né per altri motivi!

Anche qui tutti gli Stati europei devono assumere una posizione comune ed esigente verso gli Stati musulmani.

5. L’Egitto è la sua patria. Vi sono discriminazioni verso i cristiani? Cosa fa il governo a favore della minoranza cristiana?

Le differenze di trattamento sono molto visibili, in particolare quando si tratta della costruzione di una chiesa per esempio, dove il permesso è spesso negato. Il che obbliga i cristiani a costruirle in modo nascosto… col rischio che vengano poi distrutte dai fanatici!

Il presidente Al-Sisi fa enormi sforzi: ha finanziato la costruzione della chiesa più grande del Medio Oriente, nella futura capitale amministrativa dell'Egitto, ad est del Cairo; ha celebrato l’inaugurazione di questa chiesa (non ancora finita) nel gennaio 2018 (festa del Natale del calendario copto)… Ma resta il fatto che più di 1.000 chiese (tra le oltre 6.000 presenti in Egitto), sono teoricamente illegali, perché sono state costruite senza i permessi necessari. Quindi sono costante bersaglio di attacchi da parte di estremisti islamici.

Per quanto riguarda la discriminazione nella vita di tutti i giorni, oggi è quasi impossibile per un cristiano ottenere una funzione importante in un ufficio amministrativo, nonostante i suoi meriti. In passato non era così. La situazione è peggiorata per il crescente numero di elementi estremisti fanatici. A questo livello, lo Stato è assolutamente senza difese.

6. In Siria, la lunga coesistenza pacifica delle religioni è stata scossa dagli anni della guerra civile. Riuscirà il Paese a riprendersi da questa lotta, che è anche quella tra musulmani e cristiani?

La situazione della Siria è molto diversa da quella dell'Egitto. In linea di principio, la vera secolarità dello Stato è messa in discussione da un conflitto interno al mondo musulmano. Dal 1973, lo Stato è nelle mani della famiglia Assad, che è alawita, una branca degli sciiti. Gli sciiti costituiscono circa il 15% della popolazione musulmana. I musulmani sunniti hanno lanciato la guerra contro questo Stato. Anche in Iraq il governo (dopo la caduta di Saddam Hussein) è nelle mani degli sciiti. Iraq e Siria gli unici Stati arabi in cui gli sciiti sono al potere.

L'Isis ha avuto origine in Iraq. Il suo nome significa "Stato islamico per l'Iraq e la Siria". Quella a cui assistiamo è una guerra intra-islamica, tra sciiti e sunniti. È anche ampiamente finanziata dal più ricco Stato sunnita, ossia l'Arabia Saudita, che è ciecamente sostenuto dagli Stati Uniti e, in parte, da alcuni Paesi europei.

Questo spiega la coalizione americana ed europea contro la Siria e quindi il sostegno della Russia alla Siria. I morti sono tutti siriani, siano essi sunniti, alawiti o altri.

Il bombardamento di città, tra cui Damasco, Homs e Aleppo, ha colpito anche molti cristiani. Molti hanno dovuto fuggire e cercare rifugio dove potevano. L'Europa ha compiuto uno sforzo colossale per accoglierli, in particolare la Germania. Spesso i rifugiati erano musulmani, i cristiani sono caduti nell'oblio.

Al presente, il Paese si sta riprendendo con molta lentezza. I problemi sono lungi dall'essere risolti e il numero di migranti è di diversi milioni: nessuno sa se potranno mai tornare nel loro Paese.

Di nuovo, il fanatismo religioso - questa volta tra sette musulmane - ha completamente distrutto il Paese. E il problema fondamentale dell'islam riappare automaticamente, perché l’Islam è un progetto, sia politico che religioso.

7. Cosa fare per i cristiani in Medio Oriente, perché stiano bene e non emigrino?

I cristiani non sono la causa del loro problema. Lo è piuttosto una visione dall'islam, che stabilisce una discriminazione religiosa tra musulmani e gli altri. Per questo si tratta di agire presso i musulmani. Si tratta di cambiare il modo di pensare, dalla sfera religiosa a quella politica.

È un problema culturale, legato al concetto stesso di religione. Anche il cristianesimo ha conosciuto questa identificazione tra religione e politica, e ha dovuto lentamente liberarsene.

Questo è più difficile per i nostri fratelli musulmani, perché l'unità di religione e politica è completa sin dall'inizio. L'Europa potrebbe aiutare culturalmente il mondo musulmano, impostando condizioni chiare per l'utilizzo degli aiuti europei. Sarebbe un contributo molto apprezzato anche da tanti musulmani.

Un problema simile si può trovare nello Stato di Israele, dove Stato e religione si mescolano, fino a creare ingiustizie riguardo a chi non è ebreo (in particolare i musulmani). Questa posizione israeliana rafforza la posizione dei musulmani estremisti.

Queste dimensioni del problema non vengono prese sul serio dall'Europa.

8. L'integrazione dei musulmani nella società europea può avere successo?

Direi di sì e ciò avviene attraverso l'educazione e la pratica. Anzitutto nella scuola. Qui, il futuro si sta preparando trattando ragazzi e ragazze con lo stesso rispetto, europei di origine e migranti, cristiani e non cristiani, allo stesso modo, e così via.

Poi, nella vita quotidiana, trattare tutti allo stesso modo, con più comprensione per qualcuno che è appena arrivato, con tutti i requisiti del Paese: non solo nelle cose visibili, ma anche nella vita privata, nei comportamento tra uomini e donne, tra ragazzi e ragazze, tra musulmani e non musulmani, nell'educazione scolastica come nella vita sociale e nelle leggi.

In breve, si tratta di educare la mentalità degli immigrati, per il meglio. Ma anche nella speranza che lo insegnino anche a coloro che sono rimasti nei loro Paesi d'origine, oppure coloro che un giorno ci torneranno.

L'aiuto materiale per i migranti - il pane, il tetto - non è sufficiente. È molto, ma non è abbastanza! L’emigrato deve anche ottenere un aiuto culturale, ricevendo anche la testimonianza di una dimensione spirituale, l'ideale europeo e cristiano, la fratellanza universale. Dare all'altro, chiunque esso sia, il meglio che abbiamo, in particolare la vera, assoluta e universale fratellanza, come ci ha insegnato il Vangelo!

Asianews

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Martedì, 21 Febbraio 2017 15:05

Reggio C. solidarietà in atto

Solidarietà in atto

* Il 2 febbraio al Porto di Reggio Calabria, un lungo applauso. I migranti a borde della nave “U. Diciotti CP 941”, al momento dell’attracco non hanno trattenuto la gioia di essere arrivati, vivi… 754 migranti provenienti da vari paesi africani : 575 uomini, 24 donne - tra le quali 4 incente - e 155 minori, di cui 148 non accompagnati, sono stati recuperati tutti nella giornata a circa 20 miglia dalle coste libiche. Viaggiavano su imbarcazioni in legno e gommoni. Le operazioni di primo soccorso e assistenza sono coordinate dalla Prefettura. Al momento dello sbarco i migranti, tra i quali non si registrano particolari necessita’ sanitarie, sono sottoposti alle prime cure da parte del personale medico presente sul posto e assistiti dalle Associazioni di volontariato. I sanitari hanno accertato la presenza di alcuni feriti: due da arma da fuoco, due casi di ernia inguinale ed uno con una ferita lacero-contusa da trauma alla testa.

I migranti saranno poi trasferiti in altre province in base al Piano di riparto predisposto dal ministero dell’Interno.

Il garante per l’Infanzia e l’Adolescenza parla di una autentica deriva umana di apocalittiche dimensioni. Mancano le strutture di accoglienza… “Reggio Calabria non può fare da sola senza strutture” ma “li accoglieremo… sopratutto i minori…”

foto reggio

* “E' stato proprio giorno 2 febbraio che ci siamo ritrovate al porto per il servizio agli immigrati. Gli occhi di chi ci ha guardate ci ha viste così e ha espresso il suo pensiero”

Sr Lidia Gatti “Non visibile sul diario E' stato bello ieri, giorno in cui si ricordava nella preghiera chi ha consacrato la propria vita a Dio, nutrirsi di questa immagine.... Ci sono 5 consacrate di diverse congregazioni.... e la Cara Miss Anna cristiana evangelica battista. La ricchezza nella diversità che ha senso e centro solo in Cristo che si incontra nella strada e nella croce di ogni uomo... in modo pieno e particolare nel povero e nell'emarginato... attraverso il quale ci si riscopre figli bisognosi di essere sempre Accolti dal Padre...

La vita raggiunge il suo senso pieno nell'Unione con Dio... che allarga il cuore e spalanca le porte all'infinito del Suo Amore! Grazie sorelle e amiche care per la vostra testimonianza d'Amore!” Michele D'Agostino 3 febbraio nei dintorni di Reggio Calabria

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Sabato, 06 Febbraio 2016 10:53

EUROPA Il dramma dei bambini rifugiati

6 febbraio 2016  - I bambini migranti di cui l’Europa non sa prendersi cura: 10 mila scomparsi. Secondo l’allarme di Europol molti minori non accompagnati sono vittime di una intera “infrastruttura criminale” nata per sfruttare i flussi di arrivi. Sono 5 mila gli scomparsi solo in Italia. Stati carenti su strutture di accoglienza e tutele adeguate ai più piccoli

Sono i più piccoli, i più vulnerabili, i primi a cui l’Europa dovrebbe accertarsi di assicurare protezione. E invece per i minori non accompagnati che riescono a raggiungere il vecchio continente, spesso il peggio non è ancora passato: solo negli ultimi 18-24 mesi, sono oltre diecimila i bambini migranti che, dopo essere arrivati in Europa, sono letteralmente scomparsi nel nulla. Finiti, almeno in parte, nelle mani di trafficanti e ora vittime di sfruttamento, soprattutto sessuale. A lanciare l’allarme è l’agenzia di intelligence europea Europol, secondo cui 5 mila bambini sono spariti solo in Italia e altri mille in Svezia.

“Non è irragionevole dire che stiamo cercando oltre 10 mila bambini”, ha spiegato al settimanale britannico Observer il direttore del personale di Europol, Brian Donald. “Non tutti saranno sfruttati da criminali, alcuni potrebbero avere raggiunto membri della famiglia”, ha specificato. Eppure i motivi di timore non mancano: “Negli ultimi 18 mesi si è sviluppata un’intera infrastruttura criminale intorno allo sfruttamento dei flussi di migranti”, sottolinea Donald, secondo cui “ci sono prigioni in Germania e in Ungheria dove la grande maggioranza delle persone sono state arrestate in relazione ad attività criminali relative alla crisi dei migranti”.

Sono sempre più numerosi i minori non accompagnati che riescono ad arrivare in Europa. Secondo Save the Children, lo scorso anno sono stati circa 26 mila, ma la cifra potrebbe essere ancora più elevata. Stando ai dati Europol, infatti, i minori costituiscono ben il 27% del milione di migranti arrivati in Europa nel 2015. “Stiamo parlando di circa 270 mila bambini - fa i conti Donald - non tutti sono non accompagnati ma abbiamo le prove che un’ampia quota potrebbe esserlo”. Anche la stima dei 10mila scomparsi, avverte l’intelligence europea, potrebbe quindi essere prudenziale.

Timori, quelli di Europol, non isolati. Secondo il report appena diffuso da Enoc, network europeo dei difensori civici dei bambini, tutte le fonti (Commissione europea, Save the Children, Unhcr, Unicef) sono concordi nel ritenere che con i flussi record dell’estate e dell’autunno 2015 ci sia stato un aumento dello sfruttamento dei bambini migranti, secondo alcuni un aumento forte. A causarlo, misure di accoglienza in molti paesi inadeguate alla sicurezza dei più piccoli.

Tra queste ad esempio la mancanza di sistemi di custodia funzionanti per i minori: “In Belgio, Italia, Svezia, Paesi Bassi, Lituania e Lettonia - spiega il report Enoc - c’è un sistema più o meno funzionante per individuare tutori che supportino, consiglino e proteggano i minori sotto la loro custodia”, ma spesso ci sono ritardi, a volte gravi, nella nomina dei tutori. In altri Stati il sistema manca del tutto: in “Grecia questo sistema non esiste, in Polonia i tutori sono responsabili solo dei procedimenti giuridici”, nel Regno Unito, “a parte l’Irlanda del Nord non c’è sistema di tutela legale”, in Estonia “il governo locale dovrebbe agire da tutore legale per i minori non accompagnati ma finora nessun governo locale ha mai chiesto la tutela di un bambino in tribunale”, continua la rete dei difensori civici dei bambini.

Carenze che portano a situazioni preoccupanti: “A Malta ad esempio - si legge nel report di Enoc - i bambini che ricevono protezione umanitaria fino all’età di 18 anni a volte scompaiono poco prima di raggiungere quell’età” mentre “in Grecia molti bambini non accompagnati che sono messi in appositi centri, ci restano solo per pochi giorni dopo cui scompaiono per continuare il viaggio attraverso l’Europa”. In Svezia, poi, continua il network dei difensori civici dei bambini, “il problema dei bambini che scompaiono è noto da anni”. 

Un dato questo, evidenziato anche dall’Agenzia europea per i diritti fondamentali (Fra), che riporta come “secondo la polizia svedese, circa il 25% di bambini non accompagnati scompaia dalla propria sistemazione”. Anche l’Agenzia Ue parla poi di “ritardi nella nomina dei tutori per i minori” soprattutto in Austria, Slovenia e Svezia. Ma i problemi per i minori sono anche molti altri: “In Austria i bambini non accompagnati devono firmare documenti anche se non ne capiscono pienamente il significato”, riporta la Fra, mentre “in Bulgaria i bambini richiedenti asilo continuano ad essere fuori dal sistema educativo e in Germania aspettano per diversi mesi prima di potere accedere all’educazione obbligatoria”.

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