Il 22 gennaio 2026, si è tenuto a Venegono (VA), sede del Seminario Diocesano dell’Arcidiocesi di Milano un incontro organizzato dall’Unione Superiori Maggiori della diocesi ambrosiana e dai formatori dello stesso Seminario e rivolto a coloro che, in abito formativo, operano a vario livello all’interno delle Congregazioni religiose.
Educare alla fraternità in contesti interculturali

Questo incontro, che ormai si svolge da qualche anno, ha lo scopo, oltre che di formazione, di messa in comune e scambio di buone prassi educative, di confronto e di aiuto reciproco in ambito educativo. La relazione e la successiva ripresa dei risultati della condivisione è stata affidata a suor Joan Agnes Njambi Matinum religiosa appartenente alla Congregazione delle Missionarie della Consolata, consigliera generale e psicologa.
Nella sua relazione ha messo in luce come l’identità culturale sia una componente essenziale dell’identità di ogni persona. Comprendere e rispettare la cultura di un altro significa affermare la sua identità e riconoscerne la dignità.
Tuttavia, questo percorso richiede studio, esperienza, dialogo aperto e onesto, riflessione e tempo. Ci sono diversi termini spesso usati come sinonimi quando si parla di interculturalità. Per questo è fondamentale definirli correttamente per poter comprendere le dinamiche profonde dell’Interculturalità e per essere in grado di partecipare attivamente ai processi che ne derivano.

Il concetto di multiculturalità descrive forme di coesistenza sociale tra diversi gruppi nazionali e culturali. In questo modello, i gruppi si rispettano, ma non entrano in un vero processo di interazione o di scambio reciproco: ogni gruppo infatti mantiene intatti i propri confini e le proprie abitudini che derivano dalla cultura a cui appartiene.
L’esperienza transculturale invece rappresenta uno sfumarsi dei confini tra le culture , a volte anche l’eliminazione degli stessi confini. Qui le diverse esperienze culturali si intrecciano e si fondono dando vita a esperienze “ibride” e a nuove forme di espressione comune.
L’interculturalità invece riguarda l’incontro e lo scambio fra le culture pur preservando la propria identità culturale. Percepisce e valorizza le diversità; riconosce l’uguaglianza fondamentale tra le persone e di conseguenza si impegna a superare ogni forma di disumanità, di stereotipi e pregiudizi. Va oltre i confini esterni delle culture ponendo particolare attenzione anche alle diverse sfumature e formazioni culturali che esistono all’interno di ogni singola cultura. Tutto questo cosa dice a noi suore della carità, ormai inserite in ambito formativo in questa dimensione ?

Tutto questo in prima battuta ci ricorda che esso non rappresenta un processo spontaneo o naturale: richiede intenzionalità e profonda vita spirituale sia da parte dei formatori che di coloro che intraprendono il cammino della consacrazione. Il percorso a cui siamo chiamati ha quasi il significato di una “conversione” di modo di pensare e di intenzione, che si fonda su tre linee guida fondamentali che lo sostengono:
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volontà di edificare insieme la “casa comune”: ciò significa non gestire un’istituzione ma formare una famiglia (pensiamo alla nostra Famiglia Thouret) all’interno della quale ci si sente accolti nella propria unicità e parte di un tutto per arrivare a costruire il “Noi” integrato secondo quello che è il sogno di Gesù: perché siano una cosa sola.
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Ogni diversità non deve rappresentare un ostacolo ma una risorsa: per questo occorre creare spazi di complementarietà all’interno dei quali ogni cultura non deve cedere alla tentazione di cambiare l’altro ma piuttosto alla promozione di un arricchimento comune.
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Ogni fratello e sorella va guardato con gli occhi di Dio. Ciò richiede un cambiamento nel modo di pensare passando dalla simpatia all’empatia culturale giungendo così ad un dialogo che sia in grado di trasformare profondamente ogni interlocutore.

Come è possibile allora accompagnare nelle nostre comunità formative sempre più multiculturali
un cammino che sia veramente interculturale?
Sappiamo che nella vita consacrata la formazione è un processo continuo di crescita e trasformazione attraverso il quale la persona viene aiutata ad interiorizzare il carisma, la spiritualità e la missione della propria famiglia religiosa; la scelta di vivere l’interculturalità ha come scopo quello di rendere ogni consacrato discepolo più autentico, evangelizzatore più efficace, missionario sempre più attento e capace di cogliere i bisogni dei fratelli.
Le nostre comunità devono diventare sempre più luoghi all’interno dei quali si testimonia l’amore di Dio e la Sua presenza fedele in mezzo al suo popolo. Le comunità formative interculturali sono sorgenti di vita e di comunione quando ogni membro è capace di accogliere l’altro come compagno di viaggio. Questo dono richiede reciprocità: deve essere accolto mediante un ascolto attivo, non caratterizzato da pregiudizi, da apertura, apprezzamento e rispetto. Crescere insieme implica anche il passare dalla logica dell’esclusione a quella dell’integrazione: questo è un percorso graduale perché ogni cambiamento richiede sempre un nuovo inizio.
Certamente il vivere interculturale non è facile: è necessario che si crei consapevolezza, convinzione della bellezza e dell’efficacia del cammino intrapreso e cura di esso con amore e attenzione. Potremo quasi riscrivere il messaggio di san Paolo nella lettera ai Galati (Gal 3,28) dicendo: << Non ci sono più formatori o formandi che vengono dalle varie parti del mondo: siamo tutti uno in Cristo Gesù>>. Siamo fratelli e sorelle non perché perdiamo la nostra identità ma perché dimostriamo che vivere insieme è possibile, proprio attraverso il dono e la reciprocità delle nostre diverse culture.








