“Innanzitutto, grazie per aver pensato a noi – ci ha scritto ieri sera tardi suor Marie Rached – Sentirci sostenute e accompagnate dalle nostre sorelle in tutto il mondo è per noi un vero conforto. La vostra comunione fraterna ci rafforza, ci rassicura e ci aiuta a rimanere salde nella speranza.

Le nostre comunità in Libano in questo momento: stiamo bene e apriamo le porte

Come sapete, oggi abbiamo quattro comunità a Beirut, nella capitale, e altre quattro sparse nelle regioni montuose lontane dalla capitale.

Quelle che si trovano lontano da Beirut: Kfour, Kefraya, Baabdath e la mia, Baskinta, sono per il momento risparmiate e non sentiamo alcuna eco diretta delle violenze. Tuttavia, queste regioni ospitano numerose famiglie di rifugiati che già portano il peso dell’esilio e dell’incertezza. La loro presenza amplia la nostra missione e richiede maggiore solidarietà e tenerezza.

Le scuole: chiuse ma con una missione più ampia

Le nostre scuole rimangono chiuse, ma la vita non si ferma. Per garantire la continuità didattica, abbiamo messo in atto corsi online, affinché il legame educativo non si interrompa. Inoltre, abbiamo avviato programmi di ascolto e accompagnamento nella salute mentale: in questi tempi difficili, offrire un orecchio attento, uno spazio di dialogo, diventa una missione essenziale quanto l’insegnamento stesso.

La preghiera comune: un’oasi di condivisione e speranza

A Baskinta abbiamo anche organizzato veglie di preghiera per la pace, riunendo attorno al Signore i parrocchiani, i genitori, gli insegnanti e gli studenti. Insieme abbiamo alzato le nostre voci recitando il rosario, poi abbiamo affidato il nostro Paese al cuore dell’Eucaristia durante la Messa.

Questi momenti sono stati come oasi in mezzo al tumulto: istanti in cui la paura si placa, i cuori si stringono, la speranza riprende fiato. Vedere tutte queste generazioni unite nella stessa supplica è stato un segno discreto ma potente che l’amore è più forte dell’odio.

 Per quanto riguarda le comunità di Beirut (centro città, Nabaa e 2 a Baabda), lascio la parola a Suor Mary Stéphanos, la nostra superiora provinciale, che si trova proprio a Beirut, per condividere con noi la loro realtà in modo più diretto attraverso la sua testimonianza.

L’appello accorato di suor Mary Stephanos, la Superiora Provinciale

“Purtroppo, i bombardamenti sono ripresi in Libano e Beirut non è stata risparmiata. Sentiamo i bombardamenti, vediamo le colonne di fumo che si alzano nel cielo, sentiamo le sirene che squarciano il silenzio… e soprattutto vediamo i volti preoccupati, le famiglie che fuggono, che vagano, che cercano rifugio e dormono nelle loro auto. È una profonda tristezza che attraversa i nostri cuori.

Come non chiedersi quando l’umanità capirà finalmente che la guerra non porta alcun frutto di vita? Semina solo rovina, lacrime e morte.

Da parte nostra, noi suore stiamo bene. Finora non siamo state direttamente colpite e ne rendiamo grazie.

Ma intorno a noi tutto sembra sospeso: le scuole e le università sono chiuse… fino a quando? È un intero Paese che si ferma, e con esso un’intera regione immersa nell’incertezza.

Più che mai, continuiamo a implorare il Signore per la pace. Di fronte a questa follia e a questa spirale di violenza, che la nostra unica arma sia il nostro grido fiducioso verso di Lui. Restiamo unite nella comunione di preghiera, certe che la luce finisce sempre per squarciare la notte”.

INSIEME

Restiamo unite –  ci chiede suor Maria Rached – più che mai, in questa catena invisibile che attraversa i confini e unisce i nostri cuori. Dove la violenza cerca di dividere, che la nostra fratellanza diventi un ponte; dove la paura vuole insediarsi, che la nostra tenerezza apra una strada.

Portiamo insieme le lacrime di questo Paese, ma portiamo anche la certezza che la notte non ha mai l’ultima parola. Sotto la cenere, la brace rimane; nel cuore dell’inverno, la linfa continua a salire in silenzio.

Che la nostra comunione sia una veglia luminosa. E che, in mezzo ai rumori della guerra, sappiamo mantenere viva questa piccola fiamma di speranza che, umilmente, ostinatamente, annuncia già l’alba.