Trascrizione dell’omelia pronunciata dal card. Domenica Battaglia, arcivescovo di Napoli, presso la chiesa di Regina Coeli, in occasione della festa liturgia di santa Giovanna Antida 2026, nell’anno del Bicentenario della salita al cielo di madre Thouret.
“Davvero sono contento di essere qui e vivere con voi questo momento che per voi è anche un momento di festa.
Come dicevo già salutando la Madre Generale e anche il Consiglio, devo molto del mio cammino e della mia formazione alle Suore della Carità; per il lavoro che insieme abbiamo svolto soprattutto a Catanzaro, nelle comunità terapeutiche e non solo.
Chi mi ha aiutato in maniera particolare all’inizio e ha voluto che io vivessi l’esperienza della povertà e degli ultimi è stata proprio una suora, per me straordinaria, che comandava l’ospedale interno, tra l’altro, l’ospedale civile di Catanzaro che si chiamava Suor Caterina F. Davvero una preghiera in particolare per lei, stasera.
Bene, sono qui nella vigilia di Pentecoste. Abbiamo ascoltato una parola importante per la nostra vita. Ma in questa vigilia stiamo ricordando, facendo anche memoria e ringraziando il Signore, anche nel bicentenario di Santa Giovanna Antida.
Provo a mettere insieme queste due cose in maniera molto semplice, partendo proprio dalla Parola che noi abbiamo ascoltato, che è una Parola che il Signore questa sera rivolge a ciascuno di noi, come sempre, ed è una parola che ci interpella, è una parola che ci provoca:
Chi ha sete, venga; venga e beva. È notate, Gesù non dice: chi ha sete aspetti. Chi ha sete aspetti che passi questa sete. No. Chi ha sete venga e darò l’acqua della vita.
E poi aggiunge, passaggio importantissimo per cogliere anche tutta la bellezza di Santa Giovanna Antida, ma anche la bellezza di tutti coloro che si dicono cristiani e hanno consegnato la vita al Signore, in maniera particolare: dal grembo uscirà acqua che zampillerà per tutti.
È un passaggio molto forte, molto bello.
Sgorgherà acqua viva dal grembo di chi crede, di chi si attiva, di chi si consegna al Signore. Pensate quanto è importante questa parola, che ripeto è una parola rivolta a ciascuno di noi. Se tu davvero credi, se tu davvero ti fidi del Signore, se tu davvero hai consegnato a lui la tua storia, la tua vita, dal tuo grembo sgorgherà acqua viva, è l’acqua dello Spirito, è l’acqua della vita.
E noi stasera, anche nell’inaugurare questa nuova chiesa, in fondo stiamo celebrando la bellezza della vita. Perché è bellissimo ritrovarsi in questo tempio che è qualcosa di straordinario, artisticamente davvero molto bello. Però attenti, Santa Giovanna Antida, in lei ha davvero operato lo Spirito, perché lei ha permesso che lo Spirito operasse nella sua vita. Ecco la Pentecoste: permettere allo Spirito davvero di operare nella tua vita.
Apri il cuore, accogli la bellezza, la dolcezza e la forza dello Spirito che ti cambia la vita, che ti riempie la vita.
E dov’è il paradosso? Che Santa Giovanna Antida, aprendo il cuore allo Spirito e lasciandosi guidare dallo Spirito, è uscita fuori dalla chiesa, è uscita fuori dal cenacolo. Per fare che cosa? Per abitare la strada, per abitare i vicoli, per incontrare il volto del Cristo che lei ha amato nel volto di tanti fratelli abitati dalla sofferenza e dal dolore.
Ha percorso le strade di Napoli, in maniera particolare, con i piedi nel fango, ma con le mani sempre in movimento, pronte ad accarezzare, pronte ad abbracciare, pronte a dare conforto, pronte sempre a dare speranza.
Allora qui per tutti quanti noi, sorelle e fratelli, c’è un messaggio importante per cogliere la forza dirompente della Pentecoste. Perché la Pentecoste è il contrario dell’indifferenza. La Pentecoste è il contrario della rassegnazione.
La Pentecoste è lasciarsi guidare dallo Spirito Santo e avere il coraggio di abitare la storia, di abitare la vita, di vivere la vita da figli benedetti e amati, pieni della dolcezza dello Spirito.
Voi siete figli benedetti e amati. Tutto questo è dono dello Spirito Santo. Ecco la forza della Pentecoste, che davvero ti cambia la vita e ti aiuta a vivere nella storia di oggi, nonostante i drammi che tutti stiamo vivendo, nonostante le contraddizioni di questo mondo, nonostante questa guerra, ti invita a vivere la vita da Risorto. Credendo nella vita e scegliendo di stare sempre dalla parte della vita.
Per cui, celebrare la Pentecoste è essere patiti di speranza.
Celebrare la Pentecoste è essere artigiani di pace.
Celebrare la Pentecoste è il coraggio, a costo di pagare di persona, di andare controcorrente.
E non è questo il Vangelo?
Non è questo quello che tu hai scelto il giorno in cui ti sei lasciata raggiungere dallo sguardo del Signore e gli hai detto sì perché hai scelto di seguirlo, di renderlo unico nella tua vita?
Il coraggio di andare controcorrente è il coraggio dell’amore.
E la Pentecoste è il dono dello Spirito che è amore, che è solo amore, che è sempre amore e rende viva la presenza del Signore oggi nella mia storia, nella storia di ognuno di noi.
E rende viva questa Chiesa, perché oggi è la manifestazione della Chiesa che è amata da Dio, che è abitata da Dio, nonostante le nostre ferite, nonostante l’inadeguatezza, nonostante le contraddizioni, come la vita di ognuno di noi, ma è amato da Dio, è amato.
E la Chiesa è chiamata a vivere questa missione e ad essere una Pentecoste perenne come la vita di ognuno di noi. Ed è bello che sia così fratelli e sorelle.
Perché stasera, anche celebrando Santa Giovanna Antida, in qualche modo tutti quanti noi, tutti quanti quelli che l’abbiamo incontrata e conosciuta nella nostra vita, anche soltanto attraverso le parole di qualcuno o gli scritti, capite bene che tutti, tutti, a cominciare da me, questa sera dobbiamo avere il coraggio di fare una cosa molto semplice. Pensando alla sua vita, guidata dallo Spirito, abitata dallo Spirito, pensando anche alla vostra congregazione, Cara Madre, Santa Giovanna vi chiede una sola cosa, chiede a me, a tutti noi una sola cosa: tornate alla sorgente, ripartite dalla sorgente, tornate alle radici e ritroverete la forza del vostro esserci dentro la Chiesa e in questo mondo, dentro a questa storia.
Perché questo mondo ha bisogno del vostro carisma. Non dimenticatelo mai.
E voi custodendolo, vivendolo, tornando alle radici, a quella sorgente, sarete davvero Pentecoste oggi per quanti vi incontreranno nel vostro cammino. Questo è il senso, fratelli e sorelle, di questa celebrazione questa sera.
Davvero bisogno di dire grazie al Signore, di guardare Santa Giovanna Antida e in lei scoprire il senso della nostra vocazione, il perché, per il qualeun giorno nella nostra vita abbiamo fatto proprio quella scelta e non un’altra. E il coraggio di rinnovarla, quella scelta. Perché Dio rinnova continuamente il suo amore e lo Spirito viene a rinnovare la faccia della terra.
Anche stasera lo Spirito rinnova la mia faccia, la nostra faccia, rinnova il nostro cuore perché la nostra faccia possa essere davvero il riflesso di quel cuore abitato dalla tenerezza di Dio, e perché possiamo tutti imparare, nella vita, ogni giorno, lo sguardo di Dio, perché questo mondo ha bisogno di questo sguardo, dello sguardo di Dio.
Vi racconto una storia che ho vissuto nel tempo in cui ho vissuto l’esperienza della comunità terapeutica, per aiutarvi a comprendere anche meglio quello che sto cercando di trasmettere, comunicare, condividere con voi questa sera.
Io ho avuto sempre dei punti di riferimento importanti. Parole, che mi hanno guidato nel mio cammino. Una delle parole importanti su cui ho poggiato tante delle mie scelte era:
Non bastano le opere di carità, se manca la carità delle opere.
Non bastano le opere di carità, se manca la carità delle opere. Quella carità che consiste, e Santa Giovanna Antida è maestra in questo, nello stare davanti al Signore. Nello stare davanti al Signore, nello stare in ginocchio davanti al Signore. Perché quello stare in ginocchio davanti al Signore che ti dà il coraggio e la forza poi di rimetterti in piedi, in piedi sempre per andare a servire, per andare ad incontrare, per andare a portare nel mondo la speranza, la sua pace, la sua parola, la sua presenza, ecco, la presenza del Signore.
Ma tutto nasce da quella carità che è nello stare davanti al Signore.
Possiamo conquistare il mondo intero, il mondo intero, il mondo in ginocchio davanti a noi.
Ma se tutto non parte da quello stare davanti al Signore, stiamo soltanto cercando noi stessi e non la volontà del Signore.
Non bastano le opere di carità, se manca la carità delle opere.
E a questo poi si aggiunge un’altra cosa, un’altra parola importante che è consequenziale a questa, e che per me è stata davvero una scelta fondamentale, anche nel mio cammino, anche in quelle volte in cui non sempre riuscivo a realizzare tutto questo, però è stata importante perché mi serviva sempre come capacità mia di mettermi in discussione.
Questa è una cosa importante sorelle mie e fratelli miei. Questa capacità di sapersi sempre mettere in discussione tutti i giorni. Perché c’è il rischio di cercare noi stessi è non la volontà del Signore. Nel disegno di Dio per la nostra vita è sempre alto di questo rischio. Allora solo mettendoci in discussione ogni giorno, ogni giorno ricominciando da capo, domandando al Signore: Signore cosa vuoi che io faccia per te?
È tutta un’altra cosa rispetto a che cosa voglio fare io per me. È tutta un’altra cosa.
Vi invito a riflettere su questo davvero con molta umiltà.
Quindi qual è la parola? È questa e ve la consegno.
Quando fate la carità,
fatela sempre in modo tale che i poveri ve la possano perdonare.
Un giorno ero in comunità, arriva una ragazza. Una ragazza sieropositiva, e noi l’accogliamo. Arriva con una bambina, anche la bambina è sieropositiva.
Il compagno di questa ragazza era già morto di AIDS.
Noi l’accogliamo.
Dopo qualche giorno questa ragazza capisce che io sono un prete, non se n’è accorta subito. Ad un certo punto mi si avvicina e mi dice: se tu vuoi parlare con me non lo fare mai da prete, perché io non credo nel Dio dei preti e non credo nei preti. Se vuoi parlare con me, parlami soltanto come tutti quanti gli altri, ma non parlarmi da prete perché non mi fiderò di quello che mi dici.
E io ho rispettato questo suo desiderio. E anche quando facevamo in comunità degli incontri di spiritualità, dei momenti di condivisione, lei non voleva essere presente, io accettavo anche quel suo non essere presente, perché non voleva avere a che fare con i preti.
Poi ho capito perché. L’ho capito, in un momento particolare della sua vita, quando mi ha raccontato il tutto, tutto quello che lei aveva vissuto, con un prete in maniera particolare.
Perché in un momento di bisogno questa ragazza era andata a chiedere aiuto ad un prete, perché lei per sopravvivere faceva di tutto nella vita, senza scendere nei particolari, questo prete a un certo punto vedendola le dice: no, non ti aiuto perché tu non ti meriti nulla.
Chiediamo perdono al Signore per tutto questo. Chiediamo perdono.
Quindi ho sempre provato a rispettare i momenti che erano di questa ragazza. A un certo punto la ragazza comincia a stare male. Ormai ha l’AIDS. La portiamo in ospedale. Tutti i giorni andavo in ospedale a trovarla, ma non perché dovessi fare il mio mestiere, ma perché quando tu poi incontri una persona e cominci a condividere con lei, e senti che questa persona in qualche modo fa parte della tua vita, non puoi non tener presente questa cosa, al di là di quello che sei.
E io andavo solo per stare accanto a lei, nient’altro, senza dire nulla, semplicemente stare accanto a lei. Mi chiama un giorno la primaria del reparto e mi dice: senti, Don Mimmo, vedi che per questa ragazza non c’è più niente da fare. Ormai è alla fine. Ti consiglio di portarla a casa per permetterle di vivere gli ultimi momenti della sua vita, gli ultimi giorni, in un ambiente diverso dall’ospedale, ma per dare anche a lei, in questi ultimi giorni, una serenità diversa.
E andai in crisi. In crisi perché noi come comunità non eravamo ancora pronti, preparati ad accogliere una persona in fase terminale. Perché due mesi prima c’era stata la morte di un ragazzo, sempre per AIDS, e in comunità era successo un disastro. Eravamo pronti con il cuore, ma non eravamo pronti assolutamente con gli strumenti, l’attrezzatura, per poter assistere una persona in fase terminale.
Allora che cosa faccio?
Cerco di capire se ci sono delle comunità o delle case di accoglienza per persone terminali di AIDS. E ne trovo una a Reggio Calabria. Io stavo a Caranzano. Chiamo e mi dicono che possono accogliere questa ragazza. Per cui mi metto in macchina, metto in macchina questa ragazza con me, con due ragazzi della comunità, e andiamo a Reggio Calabria, a oltre 200 chilometri.
E viene accolta da questa casa famiglia, a Tende, che era gestita semplicemente da due suore. Due suore e un gruppo di volontari.
E io tre, quattro volte alla settimana, mi mettevo in macchina e andavo lì, per stare accanto a questa ragazza, che si chiamava Rita.
Vuoi per il nuovo cocktail sull’AIDS, vuoi soprattutto per l’attenzione, la cura e lo sguardo di queste suore – tenete presente che lei era completamente paralizzata, aveva bisogno di tutto, dall’essere imboccata all’igiene intima, aveva bisogno di tutto – vuoi per il nuovo cocktail, vuoi per la cura di queste suore, a un certo punto un giorno vado e me la ritrovo davanti alla porta che mi stava aspettando sulla carrozzina. E per me è stato veramente un miracolo, veramente un miracolo. E sapete che cosa abbiamo fatto? Ci siamo messi a giocare a carte, a briscola. Questo abbiamo fatto.
Arriva il periodo di Natale. Mi chiama la suora, di nome suor Rosanna, mi dice: senti Mimmo, c’è il rischio che qui a Natale ormai non c’è nessuno e che Rita rimanga da sola. Perché non parli con la comunità? Casomai per tutto il tempo natalizio Rita viene a stare con voi, così potrà anche rivedere la sua bambina, stare un po’ anche con la bambina, visto che adesso sta meglio.
Perché si era negativizzata la positività, cioè una cosa assurda. Le dico: guarda, non c’è bisogno che ne parlo con la comunità, vengo subito la vigilia a prendere Rita.
E quindi vado a prendere Rita, vigilia di Natale. Rita viene in comunità e rimane fino al 6 gennaio. Vigilia di Natale, cena di Natale, un momento fantastico in comunità.
Io vi auguro – le suore lo sanno – ma auguro a tutti di poter vivere un giorno il Natale accanto ai poveri. Il Natale accanto ai poveri.
Lì capisci come i poveri non ti danno solo i loro problemi, ti danno la loro ricchezza, ti danno la loro amicizia, ti danno la loro speranza, che è sempre qualcosa di liberante.
E quella cena non la dimenticherò mai nella mia vita, è stata bellissima.
I ragazzi strafelici con lei.
Terminata la cena, verso mezzanotte, vado a prepararmi per celebrare la messa della notte di Natale, mezzanotte della comunità.
Ad un certo punto vedo arrivare accompagnata sulla carrozzina Rita da un’altra ragazza della comunità.
Arriva Rita e mi dice: Prete, ti devo parlare. E io: Rita, se vuoi scherzare hai sbagliato i momenti. Adesso mi lasci in pace – scherzando – perché devo preparare la messa, poi casomai ci sediamo, ci vediamo dopo la messa. E poi non ho capito perché mi chiami prete, fammi capire che hai incontrato Dio? E Rita mi risponde: Sì, ho incontrato Dio. L’ho incontrato negli occhi, nel sorriso e nelle mani di Suor Rosanna. E nel tuo venirmi a cercare senza chiedermi nulla. Io stasera voglio fare pace con Dio e voglio che sei tu a confessarmi perché voglio vivere il mio Natale così.
Ho incontrato Dio negli occhi, nel sorriso e nelle mani di suor Rosanna.
E poi mi disse: mi voglio confessare. È stato il regalo più bello che Dio ha fatto quella sera a me, alla mia vita e anche alla vita di Rita. Perché poi per Rita, purtroppo, il due aprile, è subentrata la pancreatite acuta e non ce l’ha fatta, ma se n’è andata riconciliata con la sua storia e con la sua vita.
Anche quello per me è stato Pentecoste.
Capite, sorelle e fratelli? Capite, sante suore, quanto davvero è importante la nostra storia, la nostra vita? E come davvero Santa Giovanna Antida ci richiama a quello che è il senso della nostra vocazione, permettetemi di dirvi, il senso della vostra maternità, sororità, il senso di quello che siete.
E come l’opera di Dio passa attraverso il vostro sguardo, i vostri occhi, il vostro servizio, le vostre mani: quello che è successo con Santa Giovanna Antida, e che il Signore vuole ripetere nella storia di un milione di noi. Non perché debba in qualche modo fare dei doppioni, no, ma per la bellezza della vostra unicità, della nostra vicinanza.
Siete unici, sempre, siete unici.
E lasciate sia davvero lo Spirito operare nella vostra vita, perché sia ancora più vostra, perché sia sempre Pentecoste.
E allora ringraziamo per questo il Signore e lasciamoci davvero tutti guidare dalla bellezza dello Spirito.
E ricordate: Quando fate la carità, ovunque, fatela sempre in modo tale che i poveri ve la possano perdonare.
Buon cammino!
[Non rivista dall’autore]









