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Martedì 08 Maggio 2012 14:04

Religiose in Europa in Rete

 renate lunga

 

Contro il Traffico Umano e lo Sfruttamento

Ho avuto l’occasione di partecipare a questa conferenza organizzata proprio per far conoscere ai partecipanti le attività in atto e quanto si potrebbe fare se lavorassimo maggiormente in rete. Infatti la parola stessa con cui il gruppo si identifica è RENATE, l’anagramma di “Religious in Europe Networking Against Trafficking and Exploitation” (religiose in Europa in Rete Contro il Traffico Umano e lo Sfruttamento). Penso di aver avuto un’occasione unica che mi ha permesso di rendermi conto della realtà che ci circonda e della quale non posso chiudere gli occhi o le orecchie. Infatti non avrei mai pensato che fosse così terribilmente vera la storia di migliaia di donne costrette a prostituirsi sulle strade dell’Europa.

 

Suor Liliana Ugoletti introduce l’incontro in occasione del decimo anniversario del lavoro contro il traffico umano promosso dall’USMI ponendo questo interrogativo: “quanto siamo consapevoli del fatto che il problema del traffico delle donne e dei bambini ci riguarda e quanto questo problema ci tocca?”.

Penso che questo interrogativo attraversi i confini dei paesi e raggiunga tutti i cristiani e tutte le persone di buona volontà.

Il tema di questa conferenza è “quando sentiamo il grido…”, e il grido è forte: un milione di persone vengono sfruttate sessualmente ogni anno. Una ragazza sulle strade di Londra viene controllata, seguita e deve avere più di venti rapporti sessuali al giorno.

I guadagni annui dal traffico umano sono 32 milioni di dollari, è il secondo settore di guadagno dopo quello della droga e terzo se si considera il commercio illegale di armi. “Questi sono i lati bui della globalizzazione” afferma Ian Linden, professore del dipartimento di studi religiosi a Londra.

Il profitto dal traffico umano è molto grande, ma il rischio è inferiore al traffico di droga. L’attenzione internazionale non è così concentrata sulla prostituzione quanto sulla droga. Una scorta di cocaina è la prova inconfutabile di colpevolezza, le forze dell’ordine si sentono più responsabili per prendere chi vende la droga. Una donna terrorizzata e intimidita violentata, ma senza documenti, non disposta a testimoniare in tribunale, sembra non sia un problema per i nostri paesi tanto quanto come arrestare chi spaccia la droga.

Secondo uno studio dell’ONU l’80% delle persone trafficate è per sfruttamento sessuale, il 18% è schiavitù domestica, l’uso della forza o altri mezzi di coercizione, di rapimento, di inganno, abuso del potere e della posizione di vulnerabilità ecc.

Le persone più vulnerabili sono ovviamente le donne povere, la proposta per una vita migliore, sia perché povere, sia perché donne, aumenta la speranza e diventano facile preda del traffico umano.

Il sesso è diventato una cosa da comprare. Le culture sono diverse da paese a paese, ma ci sono della caratteristiche comuni: con i soldi è possibile comprare il sesso ed il consumo dei servizi sessuali è diventato parte dell’“economia del servizio”.

I paesi, in cui le persone diventano vittime della tratta, in cui le donne sono sfruttate come merce sessuale, sono principalmente paesi agricoli. Un terzo dei giovani emigra, anche perché gli stipendi sono bassi e da loro proviene 10% del PIL (prodotto interno lordo).

Il traffico umano, come anche il commercio di droga, sono conseguenza della continua domanda di un mondo globalizzato. La globalizzazione e la rivoluzione dei mezzi di comunicazione, ha portato la pornografia nella vita di milioni di persone le quali, in passato, avevano accesso con difficoltà, ma nello stesso tempo ha creato una nuova forma di prostituzione.

La tratta di persone umane è, in fondo, una questione teologica, perché l’uomo e la donna creati ad immagine e somiglianza di Dio, hanno una propria dignità che non va offesa o comunque va restituita. Per questo veniamo chiamate in causa noi religiose! I Fondatori e le Fondatrici dei nostri Istituti religiosi, hanno sempre cercato di difendere la “causa” dei più poveri dando loro una possibilità di conoscere e vivere la propria vita basata sulla giustizia e sull’amore di Dio.

Ridare la dignità ad una persona è, quindi, come ridonarle la vita e, queste vittime, non chiedono altro.

Prima di descrivere come ho io vissuto quest’esperienza, mi è sembrato giusto condividere alcuni punti che più mi hanno fatto maggiormente riflettere su questa triste realtà della tratta.

Sicuramente io ho partecipato a questo incontro europeo come suora della carità, ma anche come albanese, come consacrata dell’Est Europa. Sono venuta a conoscenza un po’ di più della realtà di questi paesi, che hanno ferite ancora aperte; i nostri paesi sono paesi di origine e talvolta anche di transito. Certamente il boom delle ragazze trafficate ha avuto inizio dagli anni ’90 in poi, ma ci sono ancora ragazze portate sulle strade delle città del Nord Europa.

Penso che noi dell’Est, (non voglio generalizzare, ma lo avverto più che in altre parti del mondo), facciamo maggiormente fatica ad accettare questa realtà con le sue problematiche, facciamo fatica ad essere oggettivi. Ne ho avuto questa conferma anche in questi giorni in Polonia, sentivo la differenza nella descrizione dei fatti tra le suore dell’Est e dell’Ovest .

Io penso che questo dipenda dal nostro passato, i regimi comunisti hanno avuto delle caratteristiche comuni in tutti i paesi, anche se il livello di rigidità è stato diverso da paese a paese. In passato si predicava che noi stavamo bene, eravamo i più fortunati perché avevamo da mangiare e da bere mentre in altri paesi la gente moriva di fame, (quando eravamo noi quelli che stavamo morendo di fame e di sete). Le nostre madri piangevano di disperazione di nascosto da noi  bambini, perché avevano paura che raccontassimo a qualcuno il vissuto; sarebbe stata la fine per i genitori. Ci raccontavano che avremmo mangiato in cucchiai d’oro, ma noi ci saremmo accontentati allora di avere solo e subito qualcosa da mangiare, non importava con che cosa mangiavamo ….

Questo è solo un esempio di come il regime comunista ci abbia allontanato dalla realtà con belle parole, e anche oggi, si ripete lo stesso fenomeno, i nostri politici ci parlano di un’Albania bella, che ha fatto sì dei progressi, ma ne avrebbe potuto fare tanti altri. Si è creata una mentalità falsa, non basata sulla realtà. Prima che questa mentalità si sradichi, dovrà passare una generazione purtroppo e questo incide anche sul modo di affrontare certe problematiche.

Quello che “RENATE” chiede è che ci sia più collaborazione tra le religiose (e se ci fossero anche religiosi o diocesani, sarebbe una bellissima cosa, ma per adesso non ci sono ancora persone disposte a mettersi in gioco) di tutti i paesi, specialmente dell’Est Europa. In questa conferenza eravamo presenti 18 paesi, dell’Est Europa, mancava solo la Bielorussia e c’erano delle presenze dall’Inghilterra, dagli Stati Uniti, dall’Irlanda, dalla Germania, dall’Italia e dalla Francia. Si dovrebbe lavorare in rete in questo modo: le suore dell’Occidente devono avere dei punti di riferimento nei paesi d’origine delle ragazze prostituite per saper dove poter inserire la ragazza ed avere collegamenti con la famiglia che spesso è minacciata dai trafficanti. In alcuni paesi le suore sono riuscite a collaborare con le forze dell’ordine per mettere al sicuro la famiglia, così la ragazza è più libera di uscire da questa situazione. Sicuramente questo non vuol dire che tutte le suore devono aprire delle case per accogliere questa “vittima”, ma utilizzare le strutture che ci sono, anche gestite da laici. Per far questo sarebbe sufficiente creare un collegamento. Nei paesi di destinazione la domanda per avere più posti a disposizione è più grande, perché il numero delle ragazze è maggiore.

Durante la conferenza sono state presentate diversi centri che lavorano per re-integrare le ragazze nella società, dall’Albania e dalla Polonia, e altre diverse realtà nei paesi Occidentali: Italia, Germania, Inghilterra, Francia ecc...

Per il lavoro in rete abbiamo tentato di organizzarci soprattutto per la prevenzione di questo fenomeno, per la sensibilizzazione delle giovani; persone di diversi paesi si sono offerte per tradurre lettere da pubblicare sui giornali, da inviare nelle parrocchie e in tutte le realtà raggiungibili da noi. Sempre nella prevenzione sarebbero efficaci degli incontri con i giovani con cui siamo in contatto,… Questo fenomeno è poco conosciuto, o meglio non è conosciuto nei suoi vari aspetti; io stessa non avrei mai immaginato che fosse così drammatica la realtà.

Prima di terminare l’incontro ci è stato offerta la possibilità di visitare, a scelta, alcuni luoghi significativi: Cracovia, (la città del Beato Giovanni Paolo 2°), Auschwitz o un centro di accoglienza per ragazze trafficate. La maggior parte del gruppo ha scelto di andare a visitare Auschwitz, anche se le altre opzioni erano altrettanto interessanti. Auschwitz è stato chiamato dal Papa Giovanni Paolo 2° “il calvario del XX’ secolo”, e veramente lì il male si è scatenato e nasce spontaneamente la domanda pronunciata da tanti “ma Dio dov’era?” Io mi sono ricordata di un frammento di Primo Levi raccontato nel suo libro “la Tregua”: un ragazzo aveva perso tutta la famiglia, è sopravissuto solo lui, ma non ha perso la speranza, la fede l’ha tenuto in vita ed ha un motivo per ricominciare a vivere, ma Primo Levi dice “se esiste Auschwitz non può esistere Dio”. Sono due esperienze diverse vissute nella stessa realtà, quella del ragazzo che ha perso tutto, ma non la fede, la voglia di vivere, ed è riuscito a dare un significato anche alla sofferenza, ma c’è anche l’altra esperienza, quella di Primo Levi, che pur tornando a casa ha trovato sua madre, ma non è riuscito a giustificare un accanimento così contro l’umanità. Tutte e due sono esperienze rispettabili alle quali non sono in grado di dare una risposta, posso solo affermare che la fede è un dono e beato chi riesce a coltivarla.

Perché racconto questa mia riflessione? Perché mentre visitavamo il luogo dove l’inferno ha trovato dimora, suor Eugenia Bonetti diceva “l’Auschwitz si ripete oggi nelle nostre strade”, certamente non fanno così rumore le vittime della strada, perché sono sparse per il mondo, ma sono migliaia le donne che vengono private della loro dignità, della femminilità e, oserei dire, della loro umanità. Sono trattate come oggetti, come merce, che si tiene fono a quando serve per guadagnare, quando ormai si è abbruttita dalla sofferenza o da qualche malattia, si butta via perché non serve più. Chi riesce a prendere coraggio ed a presentarsi in qualche centro riesce anche a “rifarsi una vita”, per loro infatti riacquistare fiducia nella vita e nelle persone è come rivivere e rinascere perché sono state tradite da tutti, spesso anche dalla famiglia.

Certamente il lavoro che le religiose svolgono in questo campo, non può sconfiggere totalmente questo fenomeno complesso e di vaste dimensioni, ma certamente viene alleviata questa ferita della società malata di egoismo e di sete di denaro.

“Ma un Samaritano, che era in viaggio, passò accanto a lui, lo vide e ne ebbe compassione. E, accostatosi, fasciò le sue piaghe, versandovi sopra olio e vino; poi lo mise sulla propria cavalcatura, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. E il giorno dopo, prima di partire, prese due denari e li diede al locandiere, dicendogli: "Prenditi cura di lui e tutto quello che spenderai in più, te lo renderò al mio ritorno".

Questa parabola ha fatto da sfondo a tutta la conferenza, gli attori ci sono tutti, c’è una vittima sulla strada, passa un sacerdote, passa il levita e passa un samaritano … Noi tutte sappiamo che i samaritani “non hanno buoni rapporti con i giudei”, eppure è proprio un samaritano a prendersi cura del “moribondo”.

Sta a noi, a me di scegliere da che parte stare, fare come il sacerdote, come il levita o come il samaritano!!!

Suor Elda Nikolli – Tirana (Albania)


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