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Sabato 16 Gennaio 2016 22:54

GM del migrante e rifugiato

“ Alla radice del Vangelo della misericordia

l’incontro e l’accoglienza dell’altro si intrecciano

con l’incontro e l’accoglienza di Dio:

accogliere l’altro è accogliere Dio in persona!

   

Papa Francesco - Giornata mondiale del migrante e del rifugiato - 17 gennaio 2016

 

Una storia vera

"per arrivare nella terra promessa"

"Mi chiamo Sami, ho 29 anni, sono uno dei numerosi siriani costretti a lasciare il loro paese rischiando la propria vita... Prima della partenza, degli amici siriani arrivati in Germania ci  mandano alcuni nomi di negozianti (trafficanti) e il loro numero di telefono.

 Il 10 luglio arriviamo in Turchia con un amico, suo fratello, sua moglie e tre figli. Cerchiamo uno dei negozianti: Hazim  che ci avevano indicato alla partenza. Concordiamo con lui il prezzo di 15000 $ per arrivare in Germania, passando per la Grecia; comperiamo dei giubbotti di salvataggio. Una parte del denaro deve essere depositato in un ufficio e ogni giorno dobbiamo affermare che siamo in Grecia, altrimenti il negoziante può prendere il denaro e dire che è tutto concluso.

Dopo tre giorni partiamo da Instanbul a Izmir in bus con più di una cinquantina di persone: siriani, afganistani, iracheni… Viaggiamo di notte, il bus non può accendere i fari per non essere visto dalla polizia.

Da Izmir, nella stessa notte, dobbiamo arrivare in Grecia, ma Hazim ci dice che la polizia è ovunque ed è necessario attendere fino a domani. Passiamo la notte aspettando impazientemente l’alba. Al mattino, Hazim ci dice che possiamo partire solo alla sera. Alla sera ci avvisa che la partenza è rimandata a domani e così per più di tre settimane

La situazione è insopportabile. Facciamo, per una dozzina di volte, il viaggio da Istanbul a Izmir (7 heures). Fa molto caldo …

Un giorno, Hazim ci dice che viaggiare verso Izmir diventa sempre più difficile perché si incontra ovunque la polizia e quindi la via migliore è passare al sud di Izmir, là troveremo un nuovo e lussuoso yacht. Ma sono solo promesse.

Pensiamo di abbandonare Hazin e di cercare dei contatti con un altro negoziante. Il giorno dopo Hazim ci dice che la polizia ha perquisito gli uffici dei negozianti e chiuso l’ufficio “Samra” dove abbiamo depositato il denaro. Ritorniamo in fretta: è vero: l’ufficio è chiuso. Cerchiamo di metterci in comunicazione con il proprietario, il suo telefono non risponde. Dopo una settimana finalmente ci risponde che l’ufficio è aperto per qualche minuto. Andiamo, ritiriamo il nostro denaro e troviamo un altro ufficio e un altro negoziante: Farid. Costui ci dice che ci avrebbe condotti a Antalya dove un grande battello ci avrebbe traghettato fino in Grecia. Facciamo il viaggio su un autobus così affollato che si sta in piedi su un piede solo. Ma anche questa è una vera menzogna, infatti ci ritroviamo a Instanbul. Dopo più di 40 giorni dalla nostra sosta in Turchia, Farid ci dice: “Io conosco un luogo dove la polizia non arriva, ma è di difficile accesso”. Partiamo con 3 bus verso il luogo indicato: quindici ore di viaggio tra le montagne Ci viene proibito di scendere dal bus. L’aria condizionata non funziona, il caldo ci opprime e non c’è acqua! Finalmente arriviamo vicino a Fitia, una regione lontana dal mare. Con i tre figli camminiamo in montagna, ciascuno con il suo sacco sulle spalle, il suo giubbotto di salvataggio.

A un certo punto scendiamo dolcemente verso il mare, aggrappandoci ad una corda. In mare, in effetti, c’è un battello di legno, ma, poiché si è avvicinato troppo a delle rocce ed è parecchio rovinato, appena si  allontana dagli scogli comincia ad affondare. Le donne gridano, i bambini piangono … il panico è generale perché siamo lontani da tutto, non dalla speranza di salvarci. Per di più il barcone che può contenere tutt’al più una ventina di persone, ne contiene quasi cinquanta. Attendiamo un altro battello, ma aspettiamo inutilmente.

I trafficanti dicono: “torniamo indietro”; per noi questo è più terribile della sentenza di morte. Risalire le montagne con i nostri bagagli, con la sete … non è possibile. Siamo disidratati e la maggior parte della gente soffre di vertigini. Desidero la morte per non dover più rifare la strada. Penso di gettarmi nell’acqua per non soffrire più così tanto. Ma ho davanti a me mia madre, la mia famiglia che ha fatto tanti sacrifici per permettermi di partire.

Riprendo coraggio e con il gruppo rifacciamo la salita aggrappandoci alle rocce; un movimento falso può davvero farci cadere direttamente in mare. Alla fine della salita, vedo una donna di una certa età, accasciata a terra come morta. Mi avvicino; non può parlare; mi fa segno che ha sete. Nella mia bottiglia ho meno di un bicchiere d’acqua. Dopo un po’ di esitazione (mi dico : Dio mi ha salvato la vita ed io devo aiutare questa donna per ringraziarlo). Le dò da bere qualche sorso e le verso qualche goccia d’acqua sulla fronte. Dopo qualche minuto  comincia a rispondere alle mie domande e capisco che non è scesa con noi fino al mare perché non si sentiva bene, era completamente disidratata. Suo figlio l’aveva lasciata lì per andare a cercare dell’acqua. Quando ritorna mi offre un bicchiere d’acqua e posso così camminare per cinque chilometri fino ad una capanna da dove la proprietaria ci lascia bere e riempire d’acqua le bottiglie. Possiamo così continuare il cammino per arrivare alla strada principale a 7 chilometri di distanza. Prima di arrivare a questo villaggio, la polizia ci ferma e ci fa ritornare a Istanbul. Là prendo la decisione di ritornare in Siria, ma i miei compagni insistono perché continui ad andare con loro, dato che parlo un po’ l’inglese … Non avendo più il lavoro e neppure il mio denaro, è forse necessario continuare il cammino!

Dopo questa avventura in cui abbiamo rischiato di morire di sete, non possiamo più porre la nostra fiducia in chi ci promette dei bei battelli; quindi decidiamo di prendere battello di caucciù che si gonfia e la cui fragilità è conosciuta da tutti i migranti.

Il fratello del mio amico, venuto dalla Svezia per fare la traversata con noi, sceglie un nuovo negoziante: Maher. Viaggiamo di notte verso Izmir e Maher ci dice di non aver paura perché ha pagato la polizia e tutto è a posto. Siamo ormai davanti all’isola di Metini. Chiediamo di viaggiare di giorno perché durante la notte, ci sono degli attacchi di pirati che, con i loro coltelli, sgonfiano i battelli, depredano la gente e la lasciano morire in mare

Gonfiare i sei settori del battello è il lavoro degli immigranti. Mi metto al lavoro con due miei compagni. Maher ci fa premura perché dice che si sta avvicinando la polizia. Durante quel lavoro, uno dei miei compagni sviene, affaticato per la mancanza di acqua e di sonno; il negoziante invece di aiutarlo a rialzarsi, con il fucile gli da un colpo sulla testa. Il mio compagno senza ancora aver preso conoscenza cade in acqua. Mentre cerco di soccorrerlo, Maher mi dà un colpo duro sulla testa che mi provoca le vertigini per due giorni. Quando il mio compagno riprende i sensi, ancor tutto sporco di sangue, si scaglia su Maher; cerco di separarli ma invano. Subito altri negozianti armati arrivano, non so da dove, per difendere Maher che punta la sua mitraglietta sulla testa del mio compagno. La sua donna piange, i figli gridano, è un momento terribile. Penso che voglia ucciderci tutti. Qualcuno  avverte la polizia, ma i trafficanti messa la cintura di salvataggio scompaiono nell’acqua. Torniamo a Izmir per riposare perché siamo tutti scoraggiati e disperati.

Il giorno dopo troviamo un altro agente: Shafiq. Con lui è più rapido; ci dice che saremmo partiti la sera stessa con un battello di caucciù, ma di buona qualità e con un buon motore. Accettiamo tutte le condizioni, compresa la traversata durante la notte. Arrivati al punto stabilito, il battello non è quello promesso. Ma siamo tutti decisi di partire anche se dovessimo andare incontro alla morte. Prima di arrivare nelle acque greche, il motore si ferma. La paura tocca il vertice. Fortunatamente uno dei viaggiatori avverte suo fratello che è a Istanbul e che avverte la polizia turca che, generalmente, arriva due o tre ore dopo, ma questa volta arriva molto rapidamente. Le onde spingono il battello nelle acque greche e ci troviamo davanti all’isola di Samos; una mezz’ora dopo la polizia greca arriva in nostro soccorso. Ancora una volta siamo “salvati” dall’invisibile mano di Dio.

La polizia greca ci dà i fogli necessari per circolare in Grecia e due giorni dopo un grande battello ci trasporta ad Atene e di là partiamo fino alla frontiera della Macedonia dove un’altra avventura ci attende.


Attraversiamo la Serbia fino a Belgrado. Di là ci dirigiamo verso la frontiera di Hongrie dove la polizia ci impedisce di entrare, ci circonda e ci dirige verso un vasto campo. Siamo decine di migliaia. Mi colpisce questo grande numero. La polizia vuole prenderci le impronte digitali, questo impedirà di chiedere asilo in Germania. Dopo lunghe ore di discussione e di rivolta, la folla di migranti riesce ad uscire dal campo. Approfittando di questo momento di disordine mi metto a correre nella direzione contraria. Dopo qualche minuto di corsa, senza sapere dove vado, mi trovo in un campo di mais. Mi nascondo là fino al giorno dopo.

Ho fame, crollo in un sonno profondo poiché erano quattro giorni che non dormivo. Al mattino trovo nel campo una scatoletta di datteri caduta senza dubbio dal sacco di un migrante; li divoro, poi getto la metà dei miei abiti per alleggerire il mio sacco. Sono solo e non so dove mi sto dirigendo. Ho sete e voglio andare in un hotel per cambiare i miei abiti e dormire. Devo anche fare una carica al mio cellulare per dare notizie alla mia famiglia.

Da lontano vedo una coppia di anziani. Corro verso di loro. L’uomo vedendomi correre cambia bruscamente direzione. La donna resta là impaurita. Le faccio cenno che desidero bere, ma non mi capisce e comincia a gridare. Ho subito l’idea di far uscire la croce che porto sotto la camicia e di fargliela vedere. Subito chiama suo marito e gli dice qualche cosa. Egli torna portandomi dell’acqua e mi fa parlare con sua figlia che comprende l’inglese. Grazie a loro posso trovare un hotel. Non sento più né fame, né sete, desidero solamente dormire. Entro, poi in contatto con altri migranti e facciamo il nostro viaggio fino a Vienna e di là in Germania dove mio cugino mi attende per prendermi a casa sua.

Finalmente arrivo nella terra promessa, in una casa e in sicurezza dopo circa due mesi d’angoscia che porterò con me per tutta la mia vita".

 

 

Last modified on Domenica 17 Gennaio 2016 21:14
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